• nov
    10
    2014

Album

Domino

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Il 2013 è stato sicuramente l’anno della ribalta di Jon Hopkins. Dopo alcune pubblicazioni che ne avevano fatto intravedere l’immenso talento, purtroppo senza mai centrare davvero il bersaglio, l’uscita di Immunity ha fatto da crocevia per l’intera carriera del producer londinese. A un anno di distanza dall’uscita del disco, Hopkins ha deciso di rintanarsi in Islanda, nel paese di Mosfellsbær, a poco meno di venti chilometri da Reykjavík, per ritornare sul prezioso materiale e fornirne una nuova versione, denominata Asleep Version. Va da sé che con un titolo così la dichiarazione d’intenti è quanto mai chiara.

Hopkins decide di rimettersi in gioco buttandosi a capofitto nel suo passato, quello delle lezioni del signor Brian Eno. Le quattro tracce giocano infatti su cifre stilistiche ambient, che nonostante i fondamentali innesti dancefloor di Immunity, restano in ogni caso la grande passione di Jon e il suo habitat naturale. Alla fine parliamo di esercizi in pura sottrazione, con la polpa techno che viene quasi totalmente estrapolata, lasciando a nudo lo scheletro dei pezzi nella loro totalità sognante. Al contrario della title track originale, Immunity vede stavolta King Creosote protagonista assoluto, con la voce che quasi ricorda il Thom Yorke più meditativo, accompagnata da un malinconico pianoforte.

Siamo spesso abituati, nei re-edit degli album e nei vari mix, a trovare brani allungati fino all’inverosimile, ma stavolta Hopkins impugna perfettamente la forbice, smantellando sia le tempistiche che le percussioni precedenti, agganciando i morbidi vocalizzi di Raphaelle Standell-Preston – voce di Braids e Blue Hawaii – in Form By Firelight, inserendo un delicato beat di contorno che velocizza il brano. Le pulsazioni non vengono del tutto fatte fuori, ma soppesate con metodo, come in Breath This Air, che lascia spazio a voci in backwards e a distorsioni ragionate dai lineamenti atmosferici. Open Eye Signal, il cui originale resta probabilmente l’esercizio più tecnico del Nostro, per l’occasione viene allungata di tre minuti lasciando spazio ad una vaporosa suite in zona Luke Abbott.

Venticinque minuti da ascoltare ad occhi chiusi e a mente libera, assaporando le raffinate gesta di un’artista ancora una volta abilissimo nel calibrare sensazioni e portatore sano di eleganza e leggerezza. Un producer che mostra per l’ennesima volta le infinite capacità di produzione e di conoscenza assoluta dei suoi strumenti, che decide, in vista del nuovo album – i cui lavori sono iniziati nella città di Tokyo – di non lanciarci segnali chiari riguardo il futuro, ma donandoci i riflessi di un bellissimo passato.

11 Novembre 2014
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