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    19
    2018

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Deathbomb Arc

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Peggy è un soggetto strano e nebuloso. Classe ’89 da Baltimore (una delle peggiori polveriere razziali degli USA), laureato in giornalismo e congedato con onore dopo qualche anno di servizio nella US Air Force. Il suo progetto JPEGMAFIA è una scheggia impazzita nel sottobosco dell’hip hop più storto e – passateci il cliché – sperimentale. Un esordio nel 2016 (Black Ben Carson) e svariati EP e mixtape licenziati con una certa costanza prima di questo Veteran, sicuramente tra gli highlights del 2018. Album o mixtape non si sa bene, essendo composto da 19 brevi tracce tutte apparentemente ferme allo stadio di bozza volutamente lasciata rough e incompiuta. 

Siamo grossomodo a cavallo tra le melodie surgelate degli episodi migliori del Lil Uzi Vert di Luv Is Rage 2 e il casino dei primissimi Death Grips (o anche dei Clipping). Peggy però schifa entrambi, esplicitando la cosa anche in un vero e proprio diss contro MC Ride e pallidi compagni contenuto nell’esordio del 2016. La sua idea è «portare l’hip hop fuori dall’era di Drake», decostruendo il genere isolandone i topos e risciogliendoli in una nebbia di glitch e campionamenti pescati chissà dove, suggestioni da sound design e cacofonie gratuite. Il tutto sputando e urlando contro tutto e tutti: i neri che fanno hip hop per i bianchi, i bianchi che usano la n-word, i neri che permettono che i bianchi usino la n-word, l’alt right più istituzionale e quella germogliata negli abissi del deep web (4Chan ecc.). Violenza verbale e sonora, registro lessicale radicalmente mutuato dal gergo dall’Internet Era e quindi pregno di termini intraducibili e pure incomprensibili per i non adepti, la miscela è insomma una nerdata gustosissima e zeppa di trovate interessanti: le aliene oscurità di Rock N Roll Is Dead, il flow impossibile ma inspiegabilmente catchy trovato su un beat improponibile in Baby I’m Bleeding, le aperture psych della sfasatissima Real Nega, le bleeperie assortite di Thug Tears. C’è l’odio verso i conservatorismi repubblicani più retrogradi (vedi la spassosa I Cannot Fuckin Wait Til Morrisey Dies) e un nichilismo esistenzialista post-social (l’«I don’t care» ripetuto a mo’ di mantra) inevitabilmente figlio dell’isolazionismo virtuale di questo turbocapitalismo digitale.

È insomma un disco che dal basso spinge in avanti tutto il marasma che attualmente costituisce la linfa del carrozzone mainstream. Trap e r&b da musica-tappezzeria (vedi l’ultimo Blood Orange) tornano ad essere protagoniste, convertite a tasselli di un abstract/industrial hip hop che è (im)puro e godereccio terrorismo musicale. C’era bisogno di un disco così, capace di spingersi ben oltre l’ossimorica prevedibilità degli ultimi Death Grips e il vacuo manierismo di tanta trap (anche quella meno canonica). Parlando delle recenti uscite di hip hop più “coraggioso”, Testing di A$AP Rocky è un pur riuscito onanismo autocompiaciuto, mentre Die Lit di Playboi Carti un tentativo più discontinuo ma a tratti quasi epifanico. Veteran supera entrambi, con largo distacco. 

5 Settembre 2018
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