• Set
    22
    2014

Album

Cult Records

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A ripensare al successo di Is This It degli Strokes si prova un po’ di imbarazzo. Non tanto per il valore del disco in sé, ottimo e centrato per il gusto semplice e diretto che portava avanti – fatto di anthem memorabili e a presa rapida che reggono anche bene lo scorrere del tempo -, quanto per ciò che successe di lì a poco. Una discesa, qualitativamente parlando, pari soltanto al botto fatto con l’esordio, attraverso una serie di dischi che definire mosci è un eufemismo e che dimostrava due cose, in definitiva: o l’abbaglio generalizzato relativo all’esordio, o una di quelle congiunzioni astrali, ignote e sfuggenti, per le quali l’alchimia funziona a meraviglia senza una logica spiegazione, per poi sparire di nuovo misteriosamente come è arrivata.

Tutto questo per introdurre la seconda fatica del leader Julian Casablancas, dopo il già abbastanza prescindibile Phrazes For The Young. Tyranny, sorta di concept ruotante attorno al concetto di “tirannia”, vede il belloccio frontman accompagnato dal quintetto The Voidz e il marchio sull’album appannaggio della sua Cult Records, con quest’ultima scelta coerentemente in linea con le critiche contenute nell’album. In soldoni però, fatte salve le istanze meritevoli che sembrano aver mosso Casablancas in questa pseudo-crociata da poser anti-multinazionale, il discorso musicale non si allontana di molto da ciò che si diceva sopra e che è estensibile anche ai vari progetti solisti made in Strokes (Albert Hammond Jr su tutti).

Un pastone senza capo né coda, eterogeneo e massimalista, tanto quante sono le influenze del Nostro, eccessivamente ambizioso e scarsamente focalizzato tra revanscismo (il termine non è scelto a caso) wave, rigurgiti sixties, electro-rock anni ’90, sprazzi di pseudo alt-etno p-funk e non si sa che altro. Più di un’ora di musica che, a parte qualche saltuario momento di relativo interesse (l’assalto electro-punk di Business Dog, l’orgia noise post-Mars Volta di Father Electricity e poco altro), non ha né mordente né progettualità, ma che sembra pescare “post-modernamente” qui e là nei vari rivoli del suono newyorchese. Perché a volerla dire tutta, sembra proprio un disco-resumè delle istanze sollevate nella Grande Mela da un 30-40ennio in qua, ma senza quasi nessun tipo di attrattiva, nome dell’autore a parte.

2 Ottobre 2014
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