• Feb
    02
    2018

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RCA

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Tra le foto che lo vedevano in mezzo ai cavalli e la preoccupante etichetta di “Americana 808” non c’era da stare troppo sereni. Man of the Woods sarebbe dovuto essere il disco “tradizionale” di Justin Timberlake, nel solco di questi dischi pop che invece di guardare avanti sembrano andare indietro (come l’ultima Miley Cyrus), in un anacronistico recupero della tradizione country americana che sembra un opportunistico e inutile reflusso della solita retromania imperante. Ci sono un po’ troppe chitarre surgelate, balle di fieno e camicione a quadretti nel complesso, ma sicuramente poteva andare peggio. La canzone simbolo del mal riuscito ibrido è sicuramente Midnight Summer Jam, che prende i Neptunes e li porta a visitare la fattoria del nonno: e allora dietro al solito giro di minimal funk di Pharell e Chad ecco che spuntano i violini di sfondo e l’evitabile assolo di armonica. Una roba che a meno che non siate americani da almeno 12 generazioni e con un appezzamento di land nel caro Tennessee, c’è da spararsi nelle palle al primo ritornello.

Fortunatamente quando decide di fare sul serio Justin affonda il colpo nella direzione giusta: il robotico electro-funk di Filthy è forse un pochino vuoto e fine a sé stesso, ma sicuramente risulta fulgido e riuscito; sicuramente parliamo di un pezzo che ha scombinato un po’ le carte: ha un retrogusto vagamente N.E.R.D. ma invece è prodotto da Timbaland, gioca su un terreno più futuristico che c’entra poco con il resto del disco, e comunque in generale è un episodio abbastanza sperimentale considerato che stiamo comunque parlando di Justin Timberlake, mica di avanguardia; con il soul acustico e macchiato di gospel di Say Something poi indovina una melodia tra le migliori che gli siano mai venute. Ma lo stesso si può estendere anche a Higher Higher, un altro pezzo che si assesta su un ottimo livello. Poi in coda c’è un po’ a sorpresa Livin’ Off the Land, guidata da un riff da RHCP ma innestata su un basso martellante in cui entrano a sorpresa delle tastiere che fanno vagamente Arca (?).

Esauriti gli highlight, l’aurea mediocritas di pezzi buoni e nulla di più si estende poi a una buona metà della tracklist: l’hard funk di Sauce, la title track che si apre come una ballata da slide guitar e spiga di grano in bocca, ma poi entra a caso un riff funky dal nulla, i mandolini sinistri di Supplies con Pharrell che gioca a fare il Quavo della situazione (con tanto di brrr a fare da contrappunto), Montana che sembra un pezzo dell’ultimo The Weekend e non è neanche malaccio. Se volevate una Rock Your Body parte 2 c’è Breeze of the Pond, che è proprio un Timberlake base, e che comunque funziona ancora e si gioca diverse armonizzazioni vocali notevoli, così come la conclusiva e un po’ più dolcina Young Man. Entrambe continuano su un funky liofilizzato tutto chitarrine e uptempo, che ormai intrattiene e nulla più.

Venendo alle note stonate: Morning Light con Alicia Keys è un’altra ballata dolciastra in levare (o meglio, che si poteva levare), ma il peggio arriva con Flanel: glicemia alle stelle e il nulla anche da un punto di vista strettamente musicale. Di Wave invece ne stanno parlando un po’ tutti come se fosse l’Anticristo: chitarrina in levare, beat da slowjam e fischiettio irritante, risulta a tratti effettivamente molesta ma non è poi così orripilante come la dipinge qualcuno.

La critica principale comunque da parte dei detrattori (Pitchfork in testa) resta lo spessore nullo e addirittura sotto zero dei testi. Siamo tutti d’accordo che il Golden boy in questione non sia mai stato esattamente una penna sopraffina, e probabilmente il momento più illuminante del disco è il vacuo e generalista «sometimes the greatest way to say something is to say nothing at all» di Say Something; buono al più per un meme col mazzo di rose sulla bacheca della vostra zia cinquantenne, ma in genere non è che si ascolta Timberlake sperando di trovare chissà quali rivelazioni escatologiche. Soprassedendo alla puerilità dei testi, resta un lavoro musicalmente altalenante ma comunque più coraggioso del polpettone r&b che pure il Nostro potrebbe tranquillamente licenziare ogni anno per monetizzare, senza che nessuno abbia da ridire.

2 Febbraio 2018
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