Recensioni

L’occasione per il comeback era stata la soundtrack del film di Spongebob, quindi non è che tirasse proprio una buonissima aria per i N.E.R.D.. Poi invece è arrivata Lemon, che con un killing verse di Rihanna e un beat che come in Lifting You sembra ripescare – ammodernandolo un po’, d’accordo – Drop It Like It’s Hot aveva riacceso decisamente gli animi. No One Ever Really Dies alla fine è un disco onesto e riuscito, non un capolavoro ma che a tratti resta genuinamente esaltante. Minimalismo produttivo a palate – e ce lo aspettavamo – e soprattutto un succoso e ben sincretico bignami di tutto quello che, indistintamente, va oggi: un po’ di dancehall, future funk, scorie post-kanyiane a base di vocoder e 808, retro-futurismo videoludico d’accatto (1000), eccetera, eccetera. Manca la trap chiaramente, ma d’altronde sarebbe stato strano trovarla.
La prima metà è quella che regala le maggiori soddisfazioni, anche se a un certo punto ti prende anche la paura che Pharrell abbia voluto fare il disco politico. Fortunatamente (non sarebbe troppo il suo) si limita a qualche occasionale frecciatina a Trump, abbastanza prevedibile e senza troppo mordente. È il caso di Deep Down Body Thurst («oh you won’t get away»), che comunque resta un buon pezzo e vanta un piano in downtempo che sembra preso in prestito direttamente dai Neptunes. Fa poi piacere sentire Gucci Mane e Future finalmente al di fuori della loro consueta comfort zone più trappusa, rispettivamente in Voilà e 1000. Le infiltrazioni politiche continuano – stavolta più a fuoco – in Don’t Do It, collaborazione con Kendrick Lamar (e non è la prima volta) che guarda all’omicidio di Keith Scott, afroamericano ucciso in North Carolina da un agente di polizia nero. Qui finalmente vediamo Kendrick spendersi in una partecipazione non unicamente alimentare (pensiamo a U2, Maroon 5, and so on nel suo personalissimo tunnel dei ricchi orrori) e infatti il pezzo è uno degli highlight del disco.
Nella seconda metà dell’album invece capita che talvolta Pharrell e soci si guardino un po’ troppo allo specchio: pensiamo ai 5 minuti e mezzo di ESP e soprattutto agli 8 di Lightning Fire Magic Prayer: la prima tra basso sculettante e vapori house inizialmente funziona ma alla lunga sembra non andare da nessuna parte; la seconda vanta una melodia davvero ottima su un beat tra hip hop e scorie EDM, e tutto va alla grande, ma dopo il quarto minuto la palpebra inizia a calare e lo skip si rende necessario, peccato. Rollinem 7’s e Secret Life of Tigers hanno le due basi più scarnificate e “straight 4 da club”, ma dopo un’iniziale esaltazione finiscono a loro volta per stancare un po’ (più la prima della seconda, anche se viene salvata in corner dalla strofa di Andrè 3000) girando a vuoto nella rispettiva coda. Il pezzo in cui Lamar si accompagna a M.I.A. viaggia alla grande e basta, mentre la conclusiva Lifting You con Ed Sheeran ripropone il golden-ginger boy britannico a suo agio su lidi caraibici (dopo la dancehall liofilizzata di Shape of You).
Forse manca la spinta propulsiva embrionalmente futuristica dei tempi d’oro, ma quando i Nostri fanno le cose come si deve – quindi approssimativamente per 2/3 del disco – la fotografia della pop nowness è quantomai calzante e attuale. Tutto sommato è andata (a tratti anche molto) bene.
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