Recensioni

La prima parte di The 20/20 Experience, pubblicata a marzo, aveva proiettato l’immagine di un Timberlake rigenerato, capace di affinare la sua formula pop spingendola verso derive più ricercate e complesse. La durata dei pezzi (sette minuti di media) denotava un lavoro pieno di barocchismi e iper-produzioni, con lunghe code che, la maggior parte delle volte, erano semplice destrutturazione e rielaborazione dei pezzi stessi (Pusher Love Girl), con gli inevitabili singoli spacca classifiche a fungere da traino (Mirrors). L’ideale continuum evolutivo, dall’acerbo Justified a FutureSex/LoveSounds – dove la mano di Timbaland in fase di produzione si sentiva tutta -, sembrava non doversi interrompere nemmeno con questo nuovo ed inaspettato doppio-ritorno.
Bene, le aspettative per questo The 20/20 Experience 2 of 2 sono state irrimediabilmente tradite. Mancano idee concrete: tutto ciò che di buono era stato concepito nel primo volume, nel secondo finisce nel dimenticatoio tra compiacenza generale e songwriting stanchissimo, con tanto materiale che torna indietro – irragionevolmente – ai suoni di FutureSex/LoveSounds e perfino al teen-pop di N’SYNCiana memoria (Not A Band Thing). Se nel primo disco le code erano un tratto piacevole e caratterizzante, qui diventano un semplice allungamento monocorde, senza evoluzione di sorta (TKO e True Blood). Pigrizia che si ritrova anche nelle tanto chiacchierate collaborazioni con (l’ormai) solito Jay Z in Murder e Drake in Cabaret: nel primo caso è ormai chiaro e ovvio lo scambio di featuring di favore tra Justin e Mr.Carter, mentre per quanto riguarda Drake, l’apporto è semplicemente inconsistente.
Nel disco c’è anche spazio per un pezzo d’Italia, con l’atipico campionamento di Lustful (ripescata da una compilation del 1972 titolata Underground Mood) del nostro Amedeo Minghi, in Only When I Walk Away, che riprende le note funk dell’iniziale Gimme What I Don’t Know (I Want) in uno dei pochi episodi veramente piacevoli del lotto, che arrivano solo quando il Nostro lavora prettamente sulla matrice pop rimescolandola con il tocco futur-r’n’b che ormai da più di dieci anni è il suo marchio di fabbrica: è il caso di You Got It On, ma soprattutto del primo singolo estratto Take Back The Night, tributo al suo mito d’infanzia Michael Jackson: quality pop.
Insomma, un album inconcludente e pretenzioso, un innegabile passo indietro nella discografia di Timberlake. Si è probabilmente pagato il fatto di aver voluto tirare su ventitré canzoni in poco più di anno, dopo uno stop lunghissimo, mentre sarebbe bastato attenersi alla formula del primo volume per concludere un ritorno live e un’annata entrambe gloriose. Una copia troppo sbiadita e ingiallita del lavoro precedente, francamente ci si aspettava di più.
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