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6.8

Doveva essere Yandhi ma alla fine è stato Jesus Is King. Con un titolo già esaustivo di tutto ciò che Kanye ha da dire in questo nuovo album, siamo davanti ad un primo e concreto punto d’arrivo di quella Sunday Service che già aveva goduto di un primo picco di notorietà con la puntata di Letterman dedicata proprio a West. Insomma, basta full immersion produttiva per sé e per gli altri, basta bipolarismo e annessi superpoteri, e basta col progetto mai effettivamente concretizzato di un nuovo super album che sarebbe dovuto essere – appunto – il tanto atteso Yandhi. La nuova mossa politica – perché questo resta in primo luogo – di Kanye, dopo i MAGA Hat e le opinabili prese di posizione filo-trumpiste, è uno zelante abbraccio credente. Da alfiere del libero pensiero e predicatore dell’amore universale a santone cristiano, il passo è breve e pure facile, e questo nuovo twist nell’epopea westiana rapresenta idealmente il wash-out di cui tutti – lui ovviamente in primis – avevamo bisogno. Tra l’ennesimo travaglio di pubblicazione e la solita sparata da trip ego-maniaco nella recente intervista con Zane Lowe («sono senza dubbio, sicuramente, il più grande artista umano di tutti i tempi. Ormai non è nemmeno più una domanda. È la verità»), la rinascita di Kanye, il nuovo re-boot della saga di Yeezy, è servito. E la parte più interessante dell’intervista che abbiamo citato è probabilmente quella che viene subito dopo l’ennesima auto-fellatio: «Il più grande artista della storia dell’uomo che si mette un cappello rosso è stato uno scherzo di Dio a tutti i liberali». Ahah. Ok Kanye, sei perdonato, sentiamoci ‘sto disco. 

Negli anni in cui abbondano i dischi lunghi, zeppi di ospiti e tagliati su (prolissa) misura per Spotify, Yeezy sembra voler continuare con i lavori brevi. Dopo Ye, anche stavolta abbiamo davanti soli 27 minuti. I pezzi sono semplici nella struttura, non eccessivamente articolati, spesso con un’aura da bozza unfinished che non si capisce bene se sia voluta o sia stata dettata dalla fretta di voler far uscire il disco prima che fosse effettivamente pronto. Il gospel c’è, e non poteva essere altrimenti, ma suona fragrante e mai invasivo, lontano dagli eccessi zuccherosi di un Chance the Rapper qualsiasi. In generale la produzione riesce ad essere sia minimale che maestosa, abbondano i cori e gli organi, poi qualche arpeggio acustico, perfino un assolo di sax di quello sfigato di Kenny G, ma il risultato non è mai ipertrofico o massimalista, anzi. C’è UN episodio da old Kanye, quella Follow God che sfoggia un flow smagliante, un campionamento d’annata (Can You Loose by Following God) e tanto mestiere negli attacchi, poi qualche eco da The Life of Pablo (Closed on Sunday), un intermezzo un po’ slavato (Water), eccetera. Selah, il primo vero pezzo in scaletta, è un po’ la summa di tutto l’album: poca roba ma messa bene, al servizio di un’idea abbastanza chiara. Organo di sfondo, un crescendo percussivo, qualche coretto di «hallelujah», marcati retrogusti da Yeezus in coda. 

Qua e là spuntano dei numeri davvero d’autore: Oh God, con le sue spirali di synth abbastanza zarre, e God Is, che dal nulla se ne esce con una melodia cantata da Kanye clamorosa; e poi Use This Gospel, con una coda in cui Kenny G si smarca per una volta dalla sfiga che l’ha sempre accompagnato, firmando forse il momento musicalmente più esaltante del disco.

Poi arriviamo purtroppo al capitolo testi. Dicevamo che il titolo bastava, e infatti in tutto il disco non si dice altro: Gesù è il più figo, è bello lodare il Signore, eccetera. Di questa folgorazione sulla via di Damasco (o nell’ascensore della Trump Tower, fate vobis), diciamolo subito, non frega assolutamente niente a nessuno. La religiosità di Kanye è identica a quella di qualsiasi altro credente, e nel disco ne parla come potrebbe benissimo fare chiunque altro. I momenti weird tipici di West sono completamente assenti, se si eccettua la barra in cui parla di Dio paragonandolo alla catena di fast food Chick-Fil-A perché domenica è chiuso (va beh), o qualche aneddoto legato alla gestazione del disco – come quello secondo cui avrebbe chiesto al suo entourage di astenersi dal sesso pre-matrimoniale, scelta curiosa da parte del fu direttore artistico dei PornHub Awards.

Insomma, Jesus Is Lord non riesce veramente mai ad essere interessante per quello che dice. Suona bene mentre lo dice, quello sì. Di genio ce n’è pochino, di mestiere tantissimo. È un buon disco, e non è né la sòla che dice qualcuno né il capolavoro che millanta qualcun altro. In attesa del Jesus Is Born in arrivo a Natale (poveri noi), sperando comunque che poi arrivi davvero. Non si sa mai. 

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