• giu
    18
    2013

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Virgin

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Kanye il Divino. Arrabbiato, complicato e sorprendente come non riesce a fare a meno di essere. A tre anni da My Beautiful Dark Twisted Fantasy, il disco che ha riscosso più successo e generato adulazione da parte della critica, West decide di cambiare le carte in tavola e tornare con un album radicalmente differente. Vestendo gli ormai abituali panni dell’anti-eroe, parafulmine instancabile di trend e controversie, Kanye mette da parte il massimalismo, le orchestrazioni e i numeri ad effetto visti in Watch The Throne, per inseguire ambizioni di minimalismo, come lui stesso le ha definite. Per riuscirci, attinge da figure di riferimento quali Daft Punk e Rick Rubin per co-produrre alcune tracce e supervisionare il lavoro, rifugiandosi proprio negli studi di Rubin per le ultime, frenetiche settimane di lavorazione. Fasi cruciali nelle quali il guru-producer è riuscito a dare al materiale un suono più coeso e strutturato, portando Yeezy ad un traguardo al fotofinish.

Certo, West non è nuovo a funamboleschi numeri di trasformazione, come l’electropop impomatato di 808s & Heartbreak, ma in pochi avrebbero potuto immaginare che Yeezus avrebbe virato così violentemente verso elementi finora estranei al mainstream hip-hop, come l’acid house, la glitch e l’industrial. Quello che fino a ieri veniva distribuito su etichette come Anticon o Warp, entra adesso su grande scala nel mercato Def-Jam. La dichiarazione d’intenti è infatti quella di allargare i punti d’accesso dell’hip hop a certa EDM, proveniente soprattutto dal versante UK, con le figure di Evian Christ ma soprattutto il tocco Glasgow di Hud Mo a spiccare tra i co-crediti. La strategia di non-promozione sposa quindi uno stile spoglio e oscuro, di sottrazione (anche dal pubblico) con l’assenza di artwork, singoli o video di lancio, affidandosi a 66 proiezioni di brani su edifici sparsi in varie città del mondo.

Da una parte è il solito Kanye che parla di fama, sesso e mercantilismo – a volte in modo del tutto rozzo ed infantile, scambiando spesso razzismo per classismo, riempiendo i brani di versi comici come “in a french-ass restaurant, hurry up with my damn croissants!” -, dall’altra c’è un Kanye nuovo e feroce, che serve sul piatto beat crudi e una manciata di versi urgenti. Gli elementi tirati in ballo nei primi quattro pezzi sono quantomeno destabilizzanti: c’è l’elettronica ad alta frequenza di On Sight prodotta dai Daft Punk ma praticamente un omaggio ai pioneri dell’acid house Phuture, anche loro da Chicago; c’è lo schiaffo industrial di Black Skinhead (Beautiful People, anyone?), tra urla primordiali ed un generale senso d’angoscia, atmosfere fumose à la Nine Inch Nails e tribalismi claustrofobici, dove Kanye si dipinge come l’anti-eroe – “I’m aware I’m a wolf, as soon as the moon it” – neanche fosse Tyler,The Creator. I caldi soul beats di Late Registration non sono mai stati così lontani.

Sulla stessa lunghezza d’onda ossessiva-compulsiva, ma con molta più magniloquenza – tra Death Grips e Aphex Twin – ci sono I’m A God e New Slaves: “you see there’s leaders and there’s followers, but I’d rather be a dick than a swallower“, ripete West, le provocazioni vagamente politiche e l’animosità viscerale sono elementi stimolanti di un disco a tutti gli effetti sperimentale. “I am a God, even tough I’m a man of God” racchiude il Kanye West più irriverente, quello delle boutade ai Grammys, agli MTV Music Awards e in TV contro il presidente Bush, un uomo incline alla gaffe ma che è pronto a lottare per quello che sente di meritare: il podio alto nella classifica dei trend setter del pop moderno.

Nella seconda parte del disco (e qualcuno gioirà) si riaffaccia il soul, con il sampling del manifesto Strange Fruit nella versione di Nina Simone, l’omaggio al C-Murder di Down 4 My Niggaz e gli inserti prepotenti di R U Ready, cortesia del nuovo pupillo Hudson Mohawke – metà del duo TNGHT – preferito a Salva e RL Grime che avevano invece remixato Mercy lo scorso anno. Si va avanti con questi umori praticamente fino alla fine, con Justin Vernon che arriva qua e là ad aprire, chiudere o a intersecare le traccie (notevole lo scambio in I’m In It), tra qualche battuta evitabile sulla vagina asiatica (sweet and sour sauce?), i soliti vocalizzi con l’auto-tune distorto (Blood On The Leaves), gli accenni trap e gli interventi brevissimi di Chief Keef, Travi$ Scott, Kid Cudi e Frank Ocean, per quello che altrimenti è un disco in solitaria per Kanye, rispetto alle corpulente ospitate di …Dark Twisted Fantasy.

Sulla falsariga di quello che abbiamo visto recentemente dal vivo, c’è da dire che il personaggio West anche in versione studio si conferma respingente a certi cliché, sempre meno disposto a scendere a compromessi. Yeezus è compatto, fluisce spedito, sicuro e divertente fino al finale, dove West tira fuori dal cilindro un vecchio numero dei suoi, un sample di Bound dei Ponderosa Twins Plus One, facendo intuire che, nonostante il tempo passi, il beatmaker di Chicago ossessionato dal soul è sempre lì, nascosto dietro qualche maschera.

16 giugno 2013
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