• feb
    11
    2016

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Parola d’ordine: «disordine». Yeezy Yeezy continua a farla grossa, e il caos che sembra attraversare The Life of Pablo è figlio diretto della confusionaria gestazione del disco stesso. Il piedino di Mr. West ultimamente ha passato qualche volta di troppo il sottile confine che separa la continua (e cronica) ricerca di hype dall’irritante mancanza di professionalità: continui cambi di titolo (il – per ora – definitivo sembra essere un omaggio tanto a Picasso quanto al celebre drug lord Escobar), modifiche alla tracklist (anche dopo l’effettiva pubblicazione dell’album), slittamenti di data, opinabili scelte in ambito di canali di fruizione (con conseguente diffusione epidemica di download illegali), il tutto condito dalle solite, torrenziali uscite deliranti, tra dissing maldestri e sproloqui da megalomane. Un giro sull’account Twitter del Nostro riesce sempre a regalare (involontariamente, anche se il livello di parossismo è ormai talmente alto che non ne siamo più tanto sicuri) più di una genuina risata.

Quella appena fatta è la doverosa premessa per capire come mai Kanye West, nel 2016, è un (über)uomo visceralmente odiato con ogni probabilità anche da sua moglie, e come mai The Life of Pablo sia un disco – a differenza di Yeezus – profondamente frammentario e disomogeneo. Si ha a tratti la sensazione che si tratti di un mixtape, con tracce assolutamente non consequenziali e apparentemente slegate le une dalle altre, tanto da un punto di vista musicale quanto da uno strettamente tematico nei testi. Sorprende, proprio restando in quest’ultimo ambito, la nuova e abbastanza inaspettata maturità autoriale di West, che riesce a regalare a sprazzi parole introspettive e auto-analitiche: il rapporto con il padre in Father Stretch My Hands, Pt. 2, i propri demoni in FML, il deteriorarsi del rapporto con gli amici a causa del tempo e della sua natura manipolatrice in Real Friends. Sono solo alcuni dei momenti più genuinamente sinceri – e sempre elegantemente a distanza da facili patetismi – che lungo il disco riescono a fare da contraltare alle solite sbroccate westiane più autoreferenziali (quando non maldestramente sessiste, vedi l’ennesimo dissing contro Taylor Swift in Famous). Anche qui però troviamo qualche piacevole novità, come nella breve traccia acappella I Love Kanye, dove le critiche ricevute sono ripetute in terza persona in un’esasperante ed elegante accumulazione culminante nel definitivo e già iconico “And I love you like Kanye loves Kanye”. Le 18 e disomogenee schegge della tracklist sembrano quindi essere in realtà un frammentario trip nell’inner space westiano più intimo ed auto-indagatore, e non è mica poco.

Capitolo a parte meriterebbero poi le altisonanti ospitate presenti: The Weeknd, Rihanna, Chance the Rapper, Young Thug, Chris Brown, Ty Dolla $ign, Frank Ocean e Kendrick Lamar (oltre a quelle sul versante produttivo, dove spiccano i nomi di Madlib e dell’ormai inseparabile Hudson Mohawke). Eppure, a dispetto di quanto si potrebbe pensare leggendo la tracklist, quello che a The Life of Pablo sembra mancare è proprio il singolone spacca-classifica (non che sia necessariamente un male). Quello, insomma, che poteva essere, senza tornare a scomodare una All of the Lights, anche solo Black Skinhead in Yeezus. Waves, Real Friends e No More Parties in LA (quest’ultima contenete anche quella che potrebbe ambire ad essere la strofa tecnicamente più impegnativa della produzione di West) sono i tre pezzi che più potrebbero avvicinarvisi, anche se a tutti sembra mancare quel quid necessario per fare il definitivo passo verso l’anthem simbolo dell’album. Quel che risulta strano è come un album nato “male” e immerso in un’entropia decisionale e produttiva ad oggi tutt’altro che risolta, risulti godibile e a suo modo scorrevole anche nell’evidente disomogeneità di tracklist, tematiche e direzioni musicali intraprese. Un ascolto ripetuto e rigorosamente lyrics alla mano, oltre che necessariamente scevro dai tanti pregiudizi che facilmente potrebbero circondare questo disco, rivelerà come The Life of Pablo possa rappresentare, nel suo apparente caos, la summa ad oggi più trasversale del west-pensiero, tanto nella sua componente più introspettiva quanto nell’eterno chiodo fisso della percezione di sé da parte degli altri (e su chi siano questi “altri” si potrebbero scrivere fiumi di parole).

Originariamente, questo era stato annunciato da West come il suo album soul, ed effettivamente un respiro di black smoothness affiora spesso: l’intro gospel Ultralight Beam, il ritornello di Nina Simone cantato da Rihanna in Famous (pezzo, per inciso, abbastanza clamoroso, se si soprassiede sui testi grezzoni sopracitati), Johnny Guitar Watson e Larry Grahm (lo zio di Drake) in No More Parties in LA, e la ventata di Motown portata in chiusura dal sample dei Rare Earth in Fade. Bizzarro infine l’utilizzo di un sample di Mi Sono Svegliato… E Ho Chiuso gli Occhi della prog band italiana Il Rovescio della Medaglia in Famous.

Superato il difficile scoglio della prolissa disomogeneità del disco, quello che rimane dall’ascolto di The Life of Pablo è in fin dei conti la sensazione che Yeezy ce l’abbia fatta ancora una volta. Non sarà magari il best records of all times di cui il nostro introverso e timido amico parlava in qualche sua passata allucinazione, ma è un disco sicuramente ricco e riuscito, profondamente diverso da Yeezus ma non meno bello. Probabilmente, però, più sinceramente “suo”. E si sente.

22 febbraio 2016
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