Recensioni

7.2

Kariti o карити è una parola che nell’antico slavo della liturgia significa “piangere i morti” ed è il moniker scelto da questa giovane russa trapiantate nel nostro Paese. L’infanzia russa, o sovietica come suggerisce lei in qualche dichiarazione rintracciabile in rete, significa aver studiato la musica classica (pianoforte e canto corale) e aver coltivato la composizione poetica come un’attività che non si interrompe, come succede a molti di noi, dopo il superamento dello sturm und drang adolescenziale o post adolescenziale. Elementi che si sono conditi con coordinate sonore esplicite: Steve Von TillNick DrakeTownes Van Zandt, il doom metal di Dorthia Cottrell (Windhand) e il transito folk del leader dei Neurosis Scott Kelly. E sicuramente Anna (Requiem to death), basata su un’opera della poetessa russa per eccellenza Anna Akhmatova, è uno scheletro di brano metal: stesso uso della retorica e della potenza melodica per sostenere l'(apparentemente) impossibile e insensato apparire della luce attraverso la coltre della sofferenza.

A queste coordinate, dopo l’ascolto del programma tutto scritto e suonato dalla stessa Kariti (eccezion fatta per l’apporto di una chitarra elettrica in un paio di brani), vorremmo almeno aggiungere che il disco sicuramente piacerà a chi apprezza Chelsea Wolf e, ancor di più, Marissa Nadler, come sottolinea la press. Ma anche a chi ha ricerca attraverso la musica un approccio non lineare con il sacro, con l’ultraterreno e l’indicibile, come capita a musicisti piuttosto diversi come Nick CaveKing Dude e David Tibet. Colpiscono l’incedere vagamente marziale di Sky Burial, brano che si gonfia dell’elettrica in lontananza, come una tempesta divina che ci stia sfiorando. Pioggia e tuoni che arrivano con Крещение ведьмы (The baptism of a witch), il brano in cui l’influenza folk è forse più evidente, e che non fanno fuggire – anzi – il malaugurio portato da Il corvo, un brano in che fa emergere anche un certo languore, con un finale che sembra lo slow motion di un’emozione come l’avremmo immaginata da adolescenti nell’era grunge.

A ricordare dove tutti finiremo è l’apertura di Covered Mirrors, un mix di canti da funerale, prima di dipanarsi in otto ballate in cui una chitarra acustica abrasiva per quanto materico sembra essere il suono (soprattutto se ascoltato in cuffia) e una voce sulla quale si è lavorato sapientemente di riverberi ed echi, quasi stessimo ascoltando seduti in una chiesa vuota, fanno tutto quello che c’è da fare per aprire la porta tra i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti.

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