Recensioni

Per scrivere un articolo sul nuovo album dei Kasabian potrebbe bastare un copia/incolla di vecchie recensioni di un loro disco a caso, cambiare i riferimenti cronologici, ridimensionare le influenze, alcune dichiarazioni sull’album da parte dei musicisti, i titoli dei brani e il gioco è fatto. Già, perché è chiaro che la band di Leicester, ormai da qualche anno a questa parte, non ha più molto da lasciare se non una manciata di singoli che potremmo definire con l’orrendo aggettivo di “rockettaro”, quel suono ozioso, ormai spremuto fino alla noia, un pop travestito da rock che passa inoffensivo ai piani alti delle classifiche per poi scomparire dalla memoria. E ancora più rockettaro rispetto al passato si dimostra questo For Crying Out Loud (modo antiquato inglese per imprecare, come i nostri “acciderbolina”, “mannaggia”), sesta fatica dei quattro, che dicono di essere voluti tornare a un suono basato più sulle chitarre e meno sui synth per «salvare la guitar music dalla piega che sta prendendo. Rischia di estinguersi in quanto musica vecchia e noi cerchiamo di salvarla», innalzandosi a redentori di un genere di cui sono stati più avventori che pionieri, e discostandosi dal rock impregnato di elettronica di dischi come 48:13.
L’apertura è la classica traccia kasabianiana che ci aspetteremmo da loro. Nessuna sorpresa in Ill Ray (The King) – traduzione fonetica di “il re”, appellativo dato a Serge dal padre – un pezzo energico, guitar-heavy, con spruzzate di chitarrine à la Get Lucky, e ancora meno nelle tracce-riempitivo, meccanismo abbastanza tipico dei Kasabian, che tendono a ricercare più la fama da singoli che da album. E quindi vai di spensieratezza con Twentyfourseven e con l’allegra e gioiosa Good Fight, e con altre canzoni vagamente orecchiabili, semplici, dai sing-along da stadio, ma che non hanno neanche il pregio di entrati nella testa, a parte forse Wasted (vagamente Kula Shaker), Bless This Acid House (probabilmente la miglior traccia dell’album, a metà tra Blur, Stereophonics e scena Madchester) e forse anche You’re in Love with a Psycho, singolo di cui è stato realizzato il video, che assomiglia alla loro Where Did All the Love Go? del terzo album West Ryder Pauper Lunatic Asylum. Altre canzoni sembrano avere influenze più disparate, dal boogie-woogie accennato di Comeback Kid al reggae di Sixteen Blocks, mentre due ballate asettiche come The Party Never Ends e All Through the Night poco smuovono le interiora. For Crying Out Loud è l’album delle schitarrate, dei coretti e delle canzoni adatte a pubblicità della Coca Cola, come Are You Looking for Action?, dai synth psichedelici e dal testo quanto mai debole – non che in generale i Kasabian abbiano mai dato prova di grandi doti di scrittura.
Da un disco scritto in sei settimane forse non ci si può aspettare di più. Ma d’altronde i Kasabian continuano ad avere un grande seguito, riuscendo ancora a godere della fama alternative che li fece emergere nel 2004. A tenerli ancora in piedi sono probabilmente le granitiche personalità di Tom Meighan e Serge Pizzorno, la loro tracotanza tipicamente inglese, con cui però, anche in questo caso, non riescono ad essere precursori perché arriveranno sempre prima i fratelli Gallagher, da cui i Kasabian sono lontani anni luce, sia per impatto musicale, sia per maleducazione, sia per incidenza sull’immaginario generale, piacciano o non piacciono gli Oasis. Lo scriveva Stefano Solventi nel 2005 e nulla è cambiato: «È certo però che i Kasabian sono un gruppo pop, e lo rimarranno. La loro principale urgenza sembra appollaiarsi sulla prima classifica disponibile, accaparrarsi il massimo di airplay, imbucarsi nelle playlist più fighette e poi staremo a vedere». E invece sono ancora qui, identici a dodici anni fa, senza aver capito che quando non si ha più nulla da dire, bisognerebbe semplicemente smettere di dire.
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