Recensioni

A conti fatti, e dato che è stata proprio lei ad aprire la strada ad act di successo come Rudimental, Jessie Ware e Disclosure, Katy B è quanto di meglio il mainstream dance britannico possa offrire in questo momento. Se questa è già di per sé un’affermazione che definisce un contesto e dei limiti ben precisi, è necessario specificare almeno un paio di fattori. Il primo è che la cantautrice londinese, classe ’89, cresciuta a pane e Rinse Fm, ha fin dall’inizio veicolato la proposta musicale della radio (garage, grime, Dubstep, UK funk ecc.) in una formula pop ben piantata sui binari della tradizione nu r’n’b di stampo UK. Il secondo è che dentro questi paletti, l’ex alunna della BRIT School (Adele, Amy e co.) ha saputo creare un solco, delle hit di successo e un seguito, tenendo alto sia il profilo della ragazza della porta accanto, sia quello della cantante che si alza in piedi per rappresentare autorevolmente i sentimenti delle coetanee – e sottolineiamolo – al riparo dalle prosopopee da talent show.
Chiederle di essere più dentro ai continuum elettronici o, come in questo caso, deprimerne la proposta con sfide/paragoni americani (vedi le Madonna, Kyle Minogue o Rihanna qui assimilabili, ma senza l’effetto star) non renderebbe giustizia a un secondo capitolo discografico lungo che affronta l’argomento house – l’essenza della sua proposta fin dall’inizio – con solide canzoni e molto da comunicare. Se in On A Mission la Nostra risentiva del cambio decennio e dei venti della dubstep da stadio con la produzione di Benga, in Little Red chiama a collaborare Guy Chambers, l’uomo dietro a molti successi di Robbie Williams, qui al servizio di un gran pezzo di memorabilia dance come Aaliyah (brano che vede anche la collabroazione di Jessie Ware e già contenuto nel Danger EP) e dell’altra hit, 5 AM.
Altrove, altri bei momenti house nei tagli più rallentati di Tumbling Down (con richiami r’n’b à la Amy Winehouse) e nella cura di gradienti in zona garage di I Like You e Everything. Poi, come la prova precedente, anche da queste parti non tutto va in un’unica direzione: i richiami dubstep si chiamano All My Lovin’, quelli post-soul prendono il nome di Play (bello il cameo di Sampha), la drum’n’bass à la Rudimental la troviamo nella deboluccia Wicked Love, mentre la zampata 2-step recita Blue Eyes. Se poi dobbiamo parlare di economie, le ballad, spesso in area Rihanna, sono anche troppe, nessuna davvero memorabile (Crying For No Reason, Sapphire Blue, Emotions, Still, Stay Down) ma tutte indubbiamente costruite senza strafare e montando con gusto un climax preciso (che in quest’ambito è già un bel regalo per nulla scontato).
“Il disco ha un sacco di canzoni che mi hanno fatto piangere, molto profonde. Hanno accompagnato un periodo della mia vita fatta di cambiamenti“, ha dichiarato Katy nella press, e questo è quanto arriva all’ascoltatore attraverso i testi, assieme a un’ottima produzione. Sincerità e confezione in formato pop.
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