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C’è vita dopo Miley Cyrus? Che fine ha fatto Taylor Swift? Ma soprattutto: è vero che il nuovo pop da classifica ha bisogno più di beat profondi che di ritornelli orecchiabili? Quando, qualche settimana fa, Miley Cyrus si è ri-presentata al mondo nella sua versione depurata, drugs-free, da virgin suicide o musa pre-raffaelita con Malibu, ci siamo chiesti chi avrebbe raccolto lo scettro della regina viziosa, della mela marcia, della trasgressione. Non ci eravamo accorti che la risposta era già lì, nel nuovo taglio di capelli di Katy Perry, nel suo nuovo immaginario trans-(a)gressive, nel guardaroba che ricorda da vicino quello di un’esibizione di Miley. E mentre Taylor Swift, temendo di perdere consensi durante la sua lunga assenza, rende finalmente disponibile il suo catalogo su Spotify nel giorno dell’uscita di Witness, per Perry è venuto il momento di aprire una nuova (ennesima) fase.

Avendo i fan metabolizzata la sorpresa di avere una devota cristiana che dedica il suo immaginario al sesso e scrive canzoni su notti brave e interazioni saffiche con Prism, fatta eccezione per i singoli Roar e Dark Horses, la Perry aveva deciso di recuperare la purezza originaria e, persino, dedicare un brano (By The Grace Of God) alla sua fede vacillante. Risultato: recensioni tiepide e un album senza anima. Naturalmente il successo della popstar non ha traballato un minuto perché, parliamoci chiaro, con brani come I Kissed A Girl e Firework in repertorio, si è ben coperti tanto sul piano economico quanto su quello dell’ego. Witness è dunque sia un tentativo di mediazione fra l’anima irriverente e giocosa dei primi due album e quella spirituale di Prism, sia una gita verso sonorità lievemente più complesse. Con il divorzio da Russell Brand orgogliosamente alle spalle, la cantante chiama un team di songwriter e produttori che non si era mai visto prima. D’altronde, con Lady Gaga impegnata con l’americana-style, Cyrus a fare la romantica, Swift in panchina e Beyoncé in lieta attesa, chiunque avrebbe accolto felicemente la chiamata alle armi. È il solito Max Martin il primo e più importante nome a saltare all’occhio, ma sui brani migliori c’è anche la firma di Sia, Shellback, Purity Ring e persino Hot Chip.

Grazie all’alternanza tra dancefloor bangerz, anthem pop e ballad, la squadra funziona alla grande; i featuring, poi, rendono il disco interessante. Quello con Nicki Minaj in Swish Swish è una vera e propria bomba ad orologeria (sfidata sul campo neutro del Primavera Sound dall’omonimo brano dei Swet Shop Boys che la richiamano apertamente in questa esibizione al minuto 25:50), con i beat di Duke Dumont a bilanciare lo spunky funk. Bon Appetit, con il collettivo di Atlanta Migos, è un banchetto trap-pop che ricorda Drake o The Weeknd. L’ultimo featuring degno di nota è quello di Skip Marley, nipote di Bob, che appare in Chained To The Rhythm, brano trainante di Witness. Il testo apre un piccolo caso sul contenuto sociale del brano, soprattutto se lo si compara con i recenti lavori di Beyoncé, Solange o Alicia Keys: di fronte ai contenuti delle sorelle Knowles riguardo agli abusi della polizia, relazioni razziali e diritti delle donne, la strofa «Stumbling around like a wasted zombie» fa un po’ sorridere, ma il pezzo, così come gli altri due sopra menzionati, è un proiettile pronto a infilarsi nelle classifiche di tutto il mondo e nelle orecchie degli ascoltatori.

Il resto è un misto di buone cose: Roulette, che con il suo ricordare Madonna è una tipica canzone di Martin; Deja Vù – il brano più rivoluzionario dell’album – potrebbe segnare un nuovo (interessante) corso per la cantante di Santa Barbara; Power suona a metà come un retro-funk alla Bruno Mars e una hit degli Wham!. La doccia fredda di riempitivi non va però certo taciuta, problema affatto nuovo negli album patrocinati da Max Martin: è come se, malgrado le superstar adunate, a un certo punto mancasse il collante necessario per trasformare 15 canzoni in 15 hit. Ed è proprio questo quello che ci aspettiamo da Katy Perry, e ciò che Adele ebbe a dire riguardo ai suoi dischi – parole sue – senza riempitivi.

La nuova immagine e la nuova sostanza di cui Perry si è appropriata è interessante e, di certo, non lascerà indifferenti i curiosi. I fan di vecchia data invece è meglio che guardino altrove, perché faranno fatica a relazionarsi con l’album. Noi, dal canto nostro, notiamo uno sviluppo e, in quanto tale, lo monitoriamo.

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