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L’occidentalizzazione della scena musicale russa meno tradizionalista negli ultimi anni è passata attraverso formazioni capaci di importare influenze hip (dal jangle post-punk dei Motorama al dreamgaze dei Pinkshinyultrablast e dei loro cugini Blankenberge) in scenari caratterizzati da quel fascino (post)sovietico che storicamente dipinge le province di un grigiore plumbeo spezzato di tanto in tanto dai simbolici casermoni popolari. Perfetta sintesi sonora ed estetica di questi avamposti desolati post-tutto, Kedr Livanskiy potrebbe diventare (e in parte lo è già) l’icona russa di riferimento per gli addetti ai lavori (prima) e, con un po’ di fortuna, per un pubblico pop (poi). Dietro al moniker Кедр ливанский, ovvero Kedr Livanskiy (“Cedro del Libano”), si cela Yana Kedrina, giovane cantante/produttrice nata a stretto giro dalla caduta del muro di Berlino (è del 1990) e cresciuta nell’entourage della Johns’ Kingdom, DIY label specializzata in vinili e cassette techno/artpop. Un contesto creativo che presenta diverse affinità con la scena di Montreal di qualche anno fa: il caso vuole che la Nostra sul palco possa riportare alla mente le movenze della prima Grimes. Proprio come la Boucher, anche Kedr non ha problemi a prendere in prestito idee dal pop più becero (si vedano le ingenue coreografie euro-dance del vecchio video Otvechai Za Slova) traghettandole in luoghi altri.

Proseguendo quel discorso hypnagogic-ambient pop iniziato dall’estone Maria Minerva ad inizio anni dieci, Kedr Livanskiy trova alleate di contemporaneità nelle sfuggenti figure di Carla Dal Forno o Kelly Lee Owens, contemplando tutte quelle zone d’ombra in cui l’approccio lo-fi all’elettronica diventa un mezzo per creare esperienze spettrali e oniriche. Dal canto suo Yana Kedrina, pur essendo consapevole della propria cifra stilistica, sembra ancora alla ricerca di una quadra definitiva che possa condensare le sperimentazioni in una formula meno dispersiva. L’obiettivo è unire le nostalgiche hauntologie dei synth analogici (Roland SH-101, Roland Juno 106 e Korg Minilogue nello specifico), i beat di retaggio 90s, le fumosità notturne di scuola Dean Blunt & Inga Copeland, le astrazioni di Laurel Halo e un algido timbro vocale che sa essere tanto etereo quanto austero.

Pubblicato via 2MR records – etichetta di Brooklyn fondata da Mike Simonetti ex-Italians do It Better e da Mike Sniper, Captured Tracks – e anticipato lo scorso anno dall’EP/mini album January Sun, l’esordio lungo Ariadna immerge l’ascoltatore tra gelidi rave industriali riscaldati da copertoni in fiamme lungo quelle nottate est-europee immortalate in All These Sleepless Nights (film polacco che regala un’interessante spaccato generazionale). Se la title track è uno degli episodi più vicini alla definizione di pop in senso lato, i restanti otto brani si muovono a cavallo tra composizione e flusso jammistico. Tra i passaggi migliori citiamo Sunrise Stop, brano che unisce dream pop, cassa dritta sottopelle e suoni alieni (aggiungiamoci anche il fascino esotico della lingua), ACDC con il poetico spoken di Martin Newell degli storici jangle-poppers The Cleaners From Venus, Love & Cigarettes con la sua orecchiabile cantilena e Za Oknom Vesna, costruita attorno ad un 4/4 a bassa fedeltà non distante dalla cosiddetta outsider house. Rispetto ai primissimi lavori, dove trovavano spesso spazio improvvise esplosioni breakbeat-jangle, in Ariadna la russa si addentra maggiormente nei meandri di una ricerca onirica che passa attraverso diversi minuti privi di beat (Mermaid) e impalpabili esperimenti ambientali (Sad One).

Si potrebbe affermare che Ariadna non contenga picchi clamorosi o scossoni memorabili e che l’ago della bilancia penda più verso la forma (e immagine) che verso la sostanza ma, contestualizzato a dovere, si tratta senza dubbio di un affresco necessario per comprendere la piccola rivoluzione culturale che stanno attraversando da qualche tempo le metropoli dell’Est.

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