Recensioni

7.3

Una band che assicura soddisfazioni, i King Gizzard & The Lizard Wizard. Con una prolificità degna di Ty Segall o dei Thee Oh Sees, dal 2011 a oggi Stu Mckenzie e soci hanno messo in fila nove album, tutti differenti l’uno dall’altro eppure tutti contraddistinti da un approccio vintage alla materia elettrica. Entrare nella produzione del collettivo australiano è come entrare in un parco giochi sonoro, senza bisogno degli effetti speciali degli (un tempo) affini connazionali Tame Impala. A loro basta un dinamismo incontenibile, che li porta a mutare identità di volta in volta, come se ogni pubblicazione fosse una ben precisa missione a tema.

Nonagon Infinity è il capitolo più smaccatamente heavy all’interno di una discografia che ha visto susseguirsi numeri garage, freak r’n’r, soluzioni ispirate a immaginari western, sound tra anni 60 e 70, stramberie psichedeliche, finanche space jazz e pop-folk (in questi ultimi due casi ci riferiamo agli album immediatamente precedenti, entrambi usciti lo scorso anno: lo sperimentale Quarters!, per quattro brani di dieci minuti e dieci secondi l’uno, e l’orecchiabile Paper Maché Dream Balloon, per uno spiazzante intreccio artigianale di chitarre acustiche, contrabbasso, legni e archi).

Nel caso specifico non si tratta di un capolavoro, ma di un disco destinato a divenire un piccolo culto, che preserva la forte personalità del gruppo e di pari passo azzera quanto fatto in precedenza garantendo tantissimo divertimento. Il termine interno di riferimento più appropriato è forse I’m In Your Mind Fuzz del 2014, sia per la fisicità lisergica, sia per i riferimenti filo-horror. Si procede tra r’n’r e psichedelia, a velocità inaudita: ciascuna delle nove tracce in scaletta fluisce nell’altra, in un loop di note e parole che unisce addirittura la coda dell’ultima con l’attacco della prima. Spesso e volentieri i motivi si ripetono, disorientando oppure trasmettendo la sensazione di trovarsi in un microcosmo a parte, privo di qualsivoglia via di fuga: non è un caso che il tribaleggiante singolo Gamma Knife, accompagnato da un videoclip che è di per sé un manifesto attitudinale di tanta (auto)ironia a basse pretese, contenga lo stesso riff individuato nel desert-sabba di People-Vultures. Riff che, susseguendosi, danno la misura di un incrocio fuori di testa tra Black Sabbath, Dead Skeletons, Goat e Fumaca Preta, tanto per dire. Ma c’è di più, dal kraut-punk di Big Fish Wasp agli abbondanti sette giri di orologio rumorosamente sci-fi di Evil Death Roll. Un “never-ending album”, come è stato definito dai suoi stessi artefici. Un esperimento che rende l’oggetto – da possedere preferibilmente in vinile – a suo modo unico ed estremamente trascinante, al di là di eventuali concettualizzazioni. Magari alla lunga stancante, com’è inevitabile che sia in ogni gioco basato sulla reiterazione, ma vizioso come un circolo dal quale – per fortuna – non si riesce a uscire.

 

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