Recensioni

7.3

È la prima volta che scrivo di King Krule, malgrado non lo abbia perso di vista dall’esordio. Non c’è un motivo preciso. Di sicuro non ho sgomitato per farlo, e non tanto perché lo senta lontano dalle mie corde – anche perché ci sarebbe da stabilire quali siano esattamente le corde del buon Archy Marshall, impresa tutt’altro che semplice – quanto per quell’impasto di sensazioni irrisolte che mi hanno procurato i suoi lavori finora (l’esordio 6 Feet Beneath the Moon e il bellissimo The Ooz, senza contare il più raccolto A New Place 2 Drown, uscito però col suo nome di battesimo).

In ragione di ciò, l’ascolto del nuovo (il terzo? il quarto?) Man Alive! ha rappresentato una specie di resa dei conti, l’esigenza di rispondere a una domanda non più differibile: quanto trovo davvero grande questo venticinquenne londinese? Proprio la più marcata frammentarietà di quest’ultimo lavoro è stata utile se non altro a tracciare il perimetro attorno ai miei dubbi. Quattordici pezzi per poco più di quaranta minuti, distanza “vinilica” quindi, e tracce che raramente oltrepassano i quattro minuti, mantenendosi più spesso al di sotto dei tre: la scaletta di Man Alive! somiglia a uno specchio rotto, un puzzle impazzito in cui ogni tessera è una sequenza autonoma ma tutte assieme formano un affresco febbricitante, una ricognizione aleatoria nel sentire contemporaneo (specificatamente inglese, nella cuspide tra anni Dieci e Venti) attraverso brevi storie che fanno collassare l’azione tra i pensieri dell’io-narrante, sulla sua percezione di un episodio, di una situazione, di un desiderio.

Inciso in pressoché totale autarchia a parte il sax (un sax erratico, sporco, a cura di Ignacio Salvadores) e con l’aiuto di Dilip Harris alla produzione (accadeva lo stesso in The Ooz), Man Alive! mette in mostra minacce sonore inafferrabili, perturbazioni sinuose, estro post-punk sclerotico, dub disossato e certi soul-jazz annegati in una strana, sfibrata nostalgia. Per nulla accomodante, attraversato da un senso di apprensione insidiosa che lo rende a tratti ostile, è un album che richiede più ascolti malgrado l’asciuttezza delle melodie, proprio perché si gioca le sue carte nella definizione delle diverse “situazioni narrative”, ottenuta con un approccio spesso brusco, a pennellate e schizzi che accentuano i contrasti e la consistenza materica del suono.

La prima parte ha un passo più tosto, dall’iniziale Cellular che sgrana pulsazioni sintetiche new wave col languore berlinese nel DNA e in testa lo spaesamento da iperconnessione («There’s a massacre, across the ocean / I can see it in the palm of my hands»), fino a Comet Face, che traccia una geometria di nervi scoperti a base di post punk motoristico – da qualche parte tra Minutemen e Wire – mentre il sax starnazza a movimentare le strofe e il talkin’ laconico dribbla sgasate industrial. Nel mezzo, si passa da una Supermarché a base di dub scarnificato infestato di spettri blues e da quella Stoned Again che sciorina crossover in fregola rock (quasi grunge) per poi spampanarsi in territorio impro.

Esaurito questo sfogo ventrale, il resto sembra affondare in una progressiva abulia non priva di suggestione: viene da pensare al Damon Albarn più meditabondo in The Dream («I wasn’t sure at all why our love / Become so ruined with history») e nel valzer-soul col cuore in gola di Alone, Omen 3 («Nothing wrong in sinking low / You’re the omen of paradise / You’re the ghost they put aside»), mentre Theme For The Cross caracolla in un ambient abbacinato come un Howe Gelb impressionista (ma senza la fiducia residua di Gelb nella magia delle canzoni). Underclass mastica invece soul jazz malinconico come dei Morphine più guittezza che furia, lasciandoti con la sensazione che ci sia in ballo una teoria di cataclismi interiori il cui rimbombo ha tutta l’intenzione di espandersi fino a caratterizzare il frangente storico, un’epoca prima che una generazione.

In questo senso, il fantasma esotico e languido (soul sbilanciato rock) di Perfecto Miserable porta allo scoperto una minaccia che affonda le radici in un malessere senza nome perché diffuso, implicito nelle dinamiche economiche e culturali che ci determinano («And when I’m left alone / It’s so damaging / And in this violence / The walls cave in / I’m not able / To escape it all»): viene quasi da pensare che una Creep, oggi, non potrebbe che suonare così, considerazione estensibile anche alla più dimessa che elegante (Don’t Let The Dragon) Draag On («Guess this ain’t the world that I dreamt of / How many hits can one bum take? / How many things can one boy make?»).

In chiusura di programma affiora di nuovo l’irrequietezza, prima nebbiosa e disperata in Energy Fleets (dove il dolore scema in rassegnazione in versi come «Thought I’ll be overseas / Curing disease but / Now it’s part of me» prima del crescendo agro conclusivo), quindi satura di apprensione in quella Please Complete Thee che getta il cuore oltre l’ostacolo del pessimismo cosmico («Have you seen the disasters? / We don’t have long till this earth is drowned») per affidarlo all’unico rifugio possibile («Girl / Please complete me»), anche se ogni ipotesi di happy ending stride con le folate spettrali di slide nel finale.

In conclusione, Man Alive! sembra preoccuparsi di scattare istantanee di basso profilo ma folgoranti al tempo di una crisi più radicata e intima di quanto le cronache e le analisi politiche non siano in grado di raccontare. Facendo perno sul proprio microcosmo, il neo-padre Archy Marshall si cala con disinvoltura nel ruolo di rabdomante in cerca di accadimenti invisibili, di cui le sue canzoni restituiscono l’eco brusco, profondo e dolente. Quanto ai miei dubbi, forse mi sono chiarito un aspetto cruciale: la musica di King Krule prende vita nel punto più o meno esatto in cui la musica popular perde di senso, dove di rock, soul, blues, jazz e hip-hop non restano che scorie e detriti, un catalogo di impronte sbiadite capaci di slanci residui, portatrici insane di mistero stanco, sfibrato (se fossi un Reynolds, conierei per l’occasione il termine “debris rock”). Credo si tratti più di coerenza espressiva che di scelta progettuale, ed è un bene. La conseguenza, temo, è che occorre regolare le orecchie assieme a tutto l’impianto di elaborazione – quello preposto all’ascoltare e al sentire – per misurarne la reale portata.

Detto questo, e stabilito che The Ooz rimane per taglio e ispirazione il suo capolavoro, Man Alive! è un altro gran disco che conferma King Krule tra i nomi più interessanti della scena pop rock contemporanea.

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