• nov
    17
    2017

Album

Hyperdub Records

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Brillante serie di approfondimenti curata e diretta da Nick Dwyer e Tu Neill per la Red Bull Academy, Diggin’ In The Carts fa luce su un ambiente musicale sconosciuto ai più e prima appannaggio solo di pochi sparuti appassionati, ponendo il focus su quelle che possono essere considerate le o.s.t. non convenzionali per eccellenza: le colonne sonore per videogiochi. Sotto l’egida di Kode9 e della sua Hyperdub, Diggin’ In The Carts – A Collection of Rare and Pioneering Japanese Video Game Music va a svelare i nomi di quei musicisti e veri e propri artigiani che hanno sonorizzato, dagli inizi degli anni Ottanta fino alla metà dei Novanta, centinaia di giochi per arcade e console, per molto tempo rimasti nell’ombra. La politica di molte software house agli albori (Atari, in primis) era quella di non riconoscere il lavoro dei propri dipendenti, occultando nomi di programmatori e curatori dell’accompagnamento sonoro: solo il nome Atari doveva campeggiare, in grande e in rosso, sulla copertina del gioco. Per vedere riconosciuto il loro contributo alla causa, si dovette aspettare il 1979, ovvero quando David Crane e la sua Activision ruppero il monopolio della casa di Nolan Bushnell e diedero la giusta visibilità e dignità a quei pionieri del coding per videogiochi che, finalmente, potevano vedere le loro firme sulle copertine e sulle cartucce. Senza questa azione, che può essere considerata la prima class action della storia del videogame, nomi come Junko Ozawa, Yoko Shimomura, Masashi Kageyama e Hirokazu ‘Hip’ Tanaka sarebbero rimasti anonimi, dimenticati dentro cabinati polverosi e cartucce ossidate in qualche cantina di Akihabara.

Di quel in depth sull’evoluzione della Japan chip music, Diggin’ In The Carts raccoglie le tracce meno famose, facendo venire a galla soprattutto i nomi meno conosciuti di quella generazione di compositori. Spazio quindi a Norio Nagakata (Genpei Tōma Den), Manubu Saito (Chatty), Toshio Yamanaka (Wer Dragon), Tadahiro Nitta (Xak III) e al team della Technosoft per Shooting Star da Thunderforce IV (uno dei più grandi shoot’em up orizzontali della storia), ma anche nomi più corazzati come Yuzo Koshiro, alle prese qui con il tema di Actraiser in cui sveste i panni di gabber per indossare quelli più eleganti di emulo di Nobuo Uematsu. Una selezione di trentaquattro composizioni tratte da giochi, molti dei quali non arrivati direttamente in Europa, e che vanno a tracciare una timeline ludico-musicale che va dagli 8-bit del Famicom (1983) ai 16-bit del Mega Drive e del Super Famicom (1990), passando per i meno noti in occidente PC-Engine e MSX. Una tracklist che fa emergere i connotati caratteristici di ogni Software House e i gusti dei musicisti che ne facevano parte; un esempio? Konami era famosa per le o.s.t. metal e barocche (i vari Castlevania, Contra e Nemesis pescano a piene mani dall’heavy metal e non sono rare le scappatelle nelle fughe Bach-iane), Sega per il funk e il latin-jazz (Squilla da Space Harrier e Passing Breeze da Out Run per citarne due) e SquareSoft per le atmosfere classiche e sinfoniche.

Sull’influenza del già citato Koshiro sulle nuove leve di producer electro & HH, però, è necessario aprire una ampia parentesi: figlio di una pianista classica, Koshiro viene piazzato da subito di fronte agli ottantotto tasti e mandato a lezione da Joe Hisashi, compositore di tutte le colonne sonore dello Studio Ghibli di Hayao Miyazaki. I suoi ascolti però, vanno in altre direzioni: gli piacciono la techno, la house inglese e ha un debole per i Soul II Soul, e tutte queste passioni emergono prepotentemente nelle sue composizioni, soprattutto quelle contenute nei primi due Streets Of Rage. Le O.S.T. dei tre beat’em up a scorrimento di casa Sega hanno influenzato gente come Flying Lotus, Ikonika e Fatima Al Qadiri che, guarda caso, mettono Koshiro al centro del loro pantheon musicale. E questa è una delle cose più interessanti che emergono dall’operazione a firma Hyperdub e Red Bull: non più musicisti influenzati da ascolti convenzionali, ma segnati da un nuovo filone di compositori fino a dieci/quindici anni fa considerati minori. Si potrebbero fare decine di esempi, a partire dal sodale di FlyLo, Thundercat, ispirato da Bootsy Collins e Billy “Bass” Nelson certamente, ma spinto al funk sincopato e sintetico da Masato Nakamura e dai bassi dello Yamaha YM2612 di Spring Yard Zone di Sonic, oppure Frank Ocean e il suo rapporto con i VG («Get me a Persian rug where the center looks like Galaga», canta in Oldie in compagnia degli Odd Future) e con Yoko Shimomura e Street Fighter, citato in Nostalgia, Ultra e campionato nell’incipit del suo masterpiece Channel Orange. Sarebbe interessante seguire lo stesso schema per fare la mappatura della scena europea dello stesso periodo, per sdoganare gente come Chris Hülsbeck, Rob Hubbard e Tim Follin, spippolatori del S.I.D. (acronimo che sta per Sound Interface Device, che era il chip sonoro del C64) e pionieri dall’altra parte dell’oceano di music for videogames.

Accompagnata da una serie di dj set in giro per il mondo di alcuni degli autori di queste colonne sonore, Diggin’ In The Carts – A Collection of Rare and Pioneering Japanese Video Game Music è forse il primo (sicuramente il più autorevole, viste le forze messe in campo) tentativo di testimoniare un movimento musicale prima solo circoscritto all’arcipelago giapponese e isolato in ambienti di nicchia. Una sorta di No New York della computer music ma messa su a quasi quaranta anni di distanza, con Kode9 nei panni di un Eno con i bytes e il silicio nelle vene che scatta un’istantanea coloratissima di un momento magico e irripetibile per la chip music e importantissimo per la musica contemporanea.

16 Novembre 2017
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Kode9

Hyperdub: Diggin’ In The Carts, A Collection Of Pioneering Japanese Video Game Music

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