• Nov
    06
    2015

Album

Hyperdub Records

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Il rapporto con il passato – declinato a seconda dei casi come memoria, storia, tradizione, tecnica – è forse la chiave più appropriata per leggere la produzione culturale degli ultimi tre lustri almeno. Si è parlato di retromanie, revivalismi, vintagismi, nostalgie, riletture critiche, ucronie, retrofuturismi, afrofuturismi, hauntologie, così come ora si parla tanto di accelerazionismo (anticipato da certe tendenze neo-moderniste, massimaliste e propulsive Duemiladieci). Niente di strano e niente di male, anche perché le correnti culturali sono trend come altri e, anzi, più di altri hanno bisogno di un’etichetta, linguistica e merceologica. Se non si danno i nomi alle cose, pur con tutti i rischi del caso, si finisce per non capirsi. E tanto si finisce con il non capirsi lo stesso: si possono usare le stesse parole – o suoni – per dire cose diverse e parole – o suoni – diverse per dire le stesse cose.

Il passato ri-visto e ri-visitato di oggi non è troppo diverso da quello di ieri: la differenza sta nel fatto che, a un certo punto, non si è più usato il passato solo come bacino di risorse, ma si è messo il passato – attraversabile ed esperibile come qualsiasi altro luogo di villeggiatura (si parla di temporal tourism) – al centro del discorso. Si è cominciato a parlare, usando pezzi di passato, del passato (della memoria, della storia, della tradizione, della tecnica). Sulla faccenda del postmodernismo non diciamo direttamente nulla, semplicemente perché c’è postmodernismo e postmodernismo e da vent’anni almeno, ciclicamente, qualcuno ne proclama la morte.

Tutto questo pippone per dire che Hyperdub, ovvero Kode9, ha sempre avuto le radici – cioè la testa – nel dub, nel drum’n’bass e nelle radio pirata, e ha sempre cercato di andare avanti non tanto proponendo altro – è successo e infatti, a un certo punto, si è scambiata artisti, grafiche ed estetiche con la Warp come si fa con le figurine – quanto rileggendo e aggiornando quei due tronconi lì. Il dubstep è (stato) il fantasma del drum’n’bass e il postmortem del rave. Burial è stato il cuore rivelatore che ha messo in quadro lo stesso dubstep, producendo un fantasma di fantasmi. Il Kode9 produttore, però, non è mai stato Burial, ma, volendo proprio forzare i paragoni, è sempre stato più sul versante di un James Ferraro. E con questo album torna a dire chiaro e forte di non essere un retromaniaco, né tantomeno un hauntologico.

Nothing è semmai un disco lucidamente retrofuturista, che re-immagina cioè il futuro con gli occhi del passato (l’hauntology è invece, passateci il termine, avantpassatismo, perché re-immagina il passato con gli occhi del presente). Il passato da cui parte Kode9 è decisamente elettronico e anni Ottanta – non se ne esce – e si figura un di là da venire fatto di algide, leggere e disabitate geometrie traslucide, piene di niente se non di nebulose e bolle. Non c’è più la nuance black, non il fumo post-industriale degli scenari metropolitani desolati e neppure la polvere di stelle precipitata sulla terra: le “memorie del futuro” sono diventate, sempre in tensione tra racconto distopico del qui e immaginazione utopica dell’aldiquà, “proiezioni del presente” e, come tali, sono pulite, meccaniche, squadrate, automatiche. Ortogonali. Ci piace leggere, e probabilmente forziamo ancora, ma forse no, nell’omaggio al compagno di musica e vita Spaceape (la cui voce compare in Third Ear Transmission), anche la eco dei lavori della moglie di lui, la napoletana di stanza a Londra Luciana Parisi, il cui ultimo libro per MIT Press – stessa casa editrice di Sonic Warfare – è proprio una riflessione su complessità, “pensiero algoritmico” e “architettura contagiosa”, intrisa degli stessi riferimenti post-strutturalisti che furono dello Steve Goodman teorico.

Il concept dell’hotel abbandonato, peraltro concepito ex post e quindi non ispirazione ma giustificazione (e a questo punto immaginiamo sia accaduto lo stesso con quello di Black Sun, visivamente tradotto nei fumetti di Raz Mesiani), lo lasciamo alla nostra intervista. Da cui traiamo tre indizi chiave che ci permettono di dare un nome preciso a quello che stiamo ascoltando: c’è la ambient-techno di Haruomi Hosono (se parli di futuro, in Occidente, parli di Giappone), c’è il fluire minimalista e arpeggiante di Philip Glass, c’è l’ossatura footwork e gli incespichi di Dj Rashad. Soprattutto quest’ultimo riscontro era già perfettamente in chiaro negli ultimi singoli di Kode9, vedere la Xingfu Lu che avevamo sentito, ancora senza titolo, inedita e incompleta, al C2C2012. L’effetto sorpresa, però, è forte.

Sulla falsariga dei lavori di Fatima Al Qadiri, Visionist, Rabit e compagnia grime mutante, ma attento a non ricalcarne le fascinazioni più epidermiche, Nothing si rivela il disco più astratto e meno dub – non è dub per niente, se non in senso davvero (tras)lato – del Nostro, in cui tutti i fermenti post-garage trovano una quadratura composta ed elegante, a tratti a un passo, nella loro rigorosa naïveté, da certa classica contemporanea. Kode9 pensa ad Asimov e a Blade Runner (non a caso, l’annuncio del disco sul Twitter è stato accompagnato da un video del dibattito commemorativo The Existence of Nothingdedicato proprio allo storico scrittore di fantascienza), ma non è un nostalgicone: il suo mondo sonoro è ora sì colorato, ma di colori freddi. Eppure, non riesce a non chiudere, prima di chiudere davvero dicendo che “niente dura per sempre” (e allora meglio godersi quello che si è costruito e sta ancora in piedi), riportando in scena la classica 9 Samurai, anche se all’epoca dei droni (e con in testa Fritz Lang), dell’NSA (e qui naturalmente pensiamo a Orwell) e di una società modellata da Internet e social media. Un mondo virtuale dove l’unica risorsa a scarseggiare è proprio l’uomo: quello analogico, mortale, carnale, umano.

6 Novembre 2015
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