• Lug
    05
    2019

Album

Transgressive

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Il grande scrittore keniota, recentemente scomparso, Binyavanga Wainaina una volta ha scritto un lungo articolo per la rivista inglese Granta (poi apparso tradotto anche su Internazionale) intitolato Come scrivere d’Africa: con un tono tra l’amaro, il polemico e l’ironico, elenca una serie di raccomandazioni per gli autori bianchi (europei o comunque non africani) che volessero rappresentare il continente e avere comunque successo tra i loro conterranei, “Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro. […] Soggetti vietati: scene di vita quotidiana, amore tra africani, riferimenti a scrittori o intellettuali, cenni a bambini scolarizzati che non soffrano di framboesia, Ebola o abbiano subìto mutilazioni genitali. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla ‘era esattamente quello che mi aspettavo’.

Quello che Wainaina voleva criticare (ed è una critica tuttora decisamente valida) era l’attitudine paternalista con cui spesso coloro che in fondo sono gli eredi dei colonizzatori affrontano i discorsi sull’Africa, una sorta di colonizzazione dell’immaginario questa volta, suggerendo contemporaneamente la possibilità di narrazioni nuove, inedite, scomode e più vere, realizzate dagli stessi africani. Anche se ora cambiamo il mezzo artistico, spostandoci sulla musica, una narrazione nuova e lontana dagli stereotipi arriva dai KOKOKO!, collettivo congolese (e accompagnato dal producer francese Debruit) e autore di un suono unico e completamente alieno dove, tra strumenti convenzionali e altri inventati per l’occasione, s’incontrano e si mescolano l’attitudine curiosa e onnivora del post-punk più terzomondista e le tendenze più fresche e colorate dell’elettronica mondiale.

Fongola è un disco irresistibile per tutta la sua durata e insieme straordinariamente eclettico e vario: Buka Dansa immagina i Talkin Heads più dadaisti come fossero prodotti dai Crookers più contaminati, Azo Toke e Kitoko suonano come una versione meno autarchica e polverosa dei quasi omonimi Konono N.1, Malembe è afrobeat passato attraverso le mani sapienti e destabilizzanti di Adrian Sherwood, Tongos innesta i poliritmi nervosi degli ultimi Ex su beat degni dei più interessanti producer d’Africa, ma tra tutti questi grooves carichissimi ed incalzanti fa capolino qua e là un sincero e toccante lirismo, capace di pervadere sotterraneamente tutto l’album, dalla profondissima Identité alla breve e gioiosa LOVE, passando per gli archi, inaspettati, di Zala Mayele.

Fongola è il disco da far ascoltare, a volume fortissimo, a chi vi dice che l’Europa non può accoglierli tutto, è il suono dell’Africa che avanza e che se ne sbatte delle nostre transenne: è un affronto al buon senso ed è infatti divertentissimo e pirotecnico, vivo ed esplosivo.

11 Luglio 2019
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