• Lug
    08
    2016

Album

Planet Mu Records

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Avevamo lasciato il glaswegiano Tom Scholefield, in arte Konx-om-Pax, con Regional Surrealism nel 2012, ai tempi di un album immersivo e ambientale figlio dell’amore per la musica cosmica e Werner Herzog, i Boards Of Canada e i Cluster, composto lungo il lustro precedente alla sua pubblicazione in uno stato di limbo tra la veglia e il sonno, il sogno e l’incubo distopico, e prodotto con macchine rigorosamente analogiche. In quel disco c’era anche Stuart Braithwaite dei Mogwai e la sua presenza pareva venir dritta dal catalogo della Neue Deutsche Welle dell’elettronica dei 90s (Scape e paraggi); assieme a lui, in quel disco si respirava tutto quell’arsenale di analogico futurama che furoreggiò durante lo scorso cambio di decennio, fascinazioni che Scholefield aveva ricondotto ad una personale nostalgia per l’epoca dei rave britannici (del resto le macchine per fare kraut come quelle per fare techno e IDM erano spesso le stesse, vedi ad esempio i Korg usati dagli Autechre, ma gli esempi si sprecano).

Nel nuovo Caramel i synth si sono fatti più saturi e i contorni della nuova scaletta tinti di melodie, sempre dilatate e distanti, ma non così lontane dalle produzioni in overdrive pop di Rustie, Hudson Mohawke o anche Oneohtrix Point Never. La nuova tela sembra riscoprire i risvolti più esoterici del rave sound dei primi Novanta con uno sguardo differente rispetto al passato. Vengono in mente i Future Sound Of London, anche se la prima regola del progetto risponde ancora all’assenza di quell’apparato ritmico che facilmente potrebbe ricondurci a questa o quella fascinazione dance d’antan.

Del resto, questa nuova produzione Konx-om-Pax è generosa (anche troppo verrebbe da dire). Tanto suono sintetico, tanto suonato alle tastiere e poca omogeneità a livello di visione e sviluppo. Troviamo aperture trasognate à la Bibio con occasionali virate oscure (Oren’s Theme) e, soprattutto, una seconda parte che in pratica sembra la musica di un film che spetta a noi immaginare mista all’abbandono del suo autore ad una eterna catarsi giocata sulla dicotomia tra freddo e caldo (Frozen Border, Mega Glacial). Come il precedente disco, Caramel non è niente male, ma al tempo stesso non è esente da difetti, soprattutto quello di non fare ricordare la firma del suo autore, difetto che finisce per far assomigliare le recensioni dei dischi di Konx-om-Pax a corpose liste di riferimenti. Sotto il vestito c’è qualcosa, questo è certo, ma il dubbio che viene è che non sia abbastanza.

23 Luglio 2016
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