Recensioni

Da appassionato del genere fa male constatare come negli ultimi tre-quattro anni lo shoegaze (ovviamente nella sua versione revivalistica/nostalgica) abbia visto perdere quella spinta propulsiva che aveva caratterizzato il passaggio tra anni Zero e anni Dieci, cavalcando in parte l’hipsterismo dilagante con contaminazioni indie-pop, post-punk e dreampop. Escludendo l’importante ritorno degli Slowdive, le cose migliori uscite negli ultimi anni provengono dai mari del nord tra Svezia (Westkust e tutta la scena della Luxury Records, comunque non prettamente gazey), Russia (i Pinkshinyultrablast prossimi alla svolta synthpop e i Blankenberge) e Finalndia (i Kairon; IRSE!, oggi però più vicini a contesti prog-psych). Dalla patria Inghilterra poco o niente, qualcosina in più dagli USA (i Nothing e tutta una serie di band con un target di pubblico orientato più al metal che all’indie).
Dagli USA (Brooklyn per la precisione, anche se è originario di Dallas) arriva anche Will Kraus aka Kraus, nato batterista ma oggi più che mai polistrumentista dedito a una sperimentazione pop che si avvicina allo shoegaze più per summa degli elementi che per una vera e propria intenzione o appartenenza al filone stilistico. Un contesto non troppo distante da quello in cui si muove Sam Chown/Shmu (anche lui, di base, batterista) in brani come Pictionary. Siamo quindi dalle parti della one-man-band amante delle stratificazioni e del rumorismo funzionale. Kraus ha esordito due anni fa con End Tomorrow ma solo ora sta iniziando a trovare una certa visibilità tra gli addetti ai lavori.
Il lasciapassare mediatico è arrivato grazie al singolo Reach pubblicato a inizio anno, brano capace di concretizzare sia il lato più pop che quello più sonico della proposta dell’americano: le chitarre – sparate a mille – volano ad altezze apparentemente irraggiungibili, mentre la voce – tra il sussurrato e il soffocato – ricama una melodia a dir poco orecchiabile che, per usare un eufemismo, suona come un mezzo tributo a Lemondrop degli Astrobrite. In poche parole, uno dei migliori esempi di noise-pop di recente memoria. Reach è contenuta in Path, sophomore album distribuito da Terrible Records composto da dodici – mediamente brevi – episodi caratterizzati da un filo conduttore che parte certamente dalla grande stagione shoegaze risalente, ormai, a trent’anni fa e che va a lambire territori più ampi e generalmente meno battuti. Da un lato, sotto i potentissimi layer di distorsioni e di synth, è possibile scorgere una vena bedroom-pop/emo (Watching, See), dall’altro un conclamato amore per un certo alternative rock anni novanta (gli Smashing Pumpkins ad altezza Siamese Dream in particolare) che, come nei già citati Nothing o nei Teenage Wrist, rischia talvolta di sfociare in ricordi alt-metal (Grow). Dopotutto Will Kraus ha passato l’adolescenza da fan totale dei Linkin Park, dai quali certamente eredita una propensione per la melodia semplice ed efficace.
In un epico tripudio di dissonanze, drumming sopra le righe (Brief Skin) e di loudness esagerata (in questo senso e più in generale a livello di produzione, lo step in avanti rispetto all’esordio è enorme), l’album regala anche momenti più eterei (l’introduttiva Figure e la conclusiva Mostly) e dilatati (Follow). Specie a livello di songwriting qualcosa da affinare c’è ma Path, oltre ad essere un disco che ci sentiamo di consigliare a tutti gli amanti del genere, pone Kraus tra i nomi più interessanti e per certi versi inaspettati di questa prima parte di 2018.
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