• Ago
    12
    2016

Album

Lakeshore Records

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È – ancora? sempre? sempre più? – tempo di retromania. In quest’epoca di hauntologie, nostalgie ipnagogiche, passatismi e vintage-feticismi, l’eterno ritorno dell’uguale in fascinazioni, suggestioni, estetiche e rimandi passate è – ossimoricamente – perennemente attuale. Se Stranger Things, la serie-caso dell’estate targata Netflix, rappresenti uno degli apici qualitativi di questo trend o sia invece “solo” una furba intuizione particolarmente abile a cavalcarne l’onda, è sicuramente la domanda chiave. Per un approfondimento dei (tanti) riferimenti cinematografici da cui la serie prende le mosse vi rimandiamo alla recensione di Davide Cantire – che già dà una decisa chiave di lettura sulla questione di cui sopra. In questa sede ci occuperemo invece esclusivamente del primo volume della soundtrack, che ovviamente non nasce isolata come un fungo, ma s’inserisce in un denso e sempre più radicato contesto che si presenta come trasversale a più e più aree.

Se in ambito di serie TV un imprescindibile precedente è costituito dallo straordinario lavoro svolto da Cliff Martinez (per i più nostalgici, il batterista dei Red Hot Chili Peppers originari andatosene dopo la morte per overdose di Slovak) con The Knick, il ritorno a sonorità sempre più “vintage” e ambientali è ancora più obliquo: nel cinema, con le colonne sonore di blockbusters fantascientifici che fanno dell’ibridazione synth modulari-orchestra il proprio leitmotiv, come nel caso di Gravity, Interstellar e The Martian. A livello strettamente musicale, le fascinazioni cosmiche di ritorno che guardano a Schulze e ai Tangerine Dream e si concretizzano in dischi tanto manieristici quanto affascinanti, come può essere un Celestite dei Wolves in the Throne Room – sempre più spesso vanno a braccetto e si fondono con un inevitabile ritorno all’analogico; si pensi a tal proposito ad uscite come l’ultimo Traditional Synthesizer Music di Venetian Snares, le solitarie esplorazioni acid di John Frusciante e del suo ultimo alter-ego Trickfinger, oltre al bipartito ritorno in pompa magna di un Jean Michel Jarre unanimemente e prevedibilmente riconosciuto come padrino del trend, e al tandem di album-manifesto di John Carpenter (un altro personaggio cui Stranger Things deve molto se non tutto).

La soundtrack della serie si colloca esattamente al centro di questo caotico ma coerente humus di citazioni e retro-sguardi – esattamente come fa il suo corrispettivo cinematografico – muovendovisi con eleganza e manieristica grazia. Le quasi 30 tracce scansano agilmente l’effetto “mattone” presentando diversi temi sotto i due minuti di durata, e danno vita ad un viaggio scorrevole e fascinoso che sortisce il suo effetto sia come rimando alle atmosfere della serie, sia come album autonomo. Dixon e Stein, entrambi membri del quartetto S U R V I V E su cui torneremo presto (il nuovo album uscirà a fine settembre 2016), si muovono lungo le prime 10 tracce in un territorio contemporaneamente morbido e asettico, con un’ambient cullante e cristallina che scansa completamente le fascinazioni carpenteriane proprie del loro gruppo madre, rimanendo scevra da ombre e inquietudini, con occasionali scintillii vagamente new age, fantasmi di melodie a fare capolino (Kids e il tema di Eleven) e frequenti rimandi anche a certa techno ambientale tipica dei 90’s (su tutti l’Aphex Twin dei Selected Ambient Works). La traccia spartiacque è la programmatica The Upside Down, omonimo tema dell’oscuro mondo parallelo sulle cui interazioni si basa la trama della serie: nell’album s’inseriscono poi tinte più dark e sonorità più sinistre, dalle inquietanti nebbie di Photos in the Wood alle acidissime cascatelle di synth di Fresh Blood, fino all’imponente dittico finale formato da She’ll Kill You e Run Away (la più epica la prima, forse la più carpenteriana di tutte la seconda).

19 Agosto 2016
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