• Ago
    26
    2016

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Sunday Best

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Sembra un personaggio uscito dalla penna di Steinbeck, il giovane folker londinese che risponde al nome di Lookman Adekunle Salami, cresciuto in una famiglia adottiva inglese e presto lontano dal nido familiare alla ricerca di un legame viscerale con quella Londra divenuta specchio fedele del suo esistere e sentire. Quella di Salami è una storia dal retrogusto squisitamente romantico e che ricalca il mito dell’artista costretto a coltivare il proprio sogno tra una pausa e l’altra da lavori altrettanto saltuari, disposto a suonare praticamente ovunque – dal pub sconosciuto alla fermata della metro – senza alcuna distinzione. E così è stato fino al The Prelude Ep (2014), prima prova in grado di creare già clamore intorno alla figura del giovane musicista inglese.

Dancing With Bad Grammar (The Director’s Cut) è invece il suo esordio sulla lunga distanza, contraddistinto da una prolificità fuori dal comune: ben quindici brani dove Salami si diverte a far sfoggio di tutto il suo repertorio affidandosi a pennellate che definiscono ballate dai contorni folk, echi soul-gospel, fughe indie-rock (Going Mad As The Street Bins) e sermonici spoken word. Un esordio a tratti magniloquente e che fa della ricercatezza la propria acme, il tutto acuito da quell’innegabile somiglianza con la parabola del primo Dylan, armato di chitarra e armonica, deciso a contare e cantare le contraddizione sociali e politiche del proprio tempo. Questa stessa tensione è viva nei componimenti di Dancing With Bad Grammar, dove Salami è capace di farsi anima trascinante dei propri testi: si arrabbia (The City Nowadays), soffre (Day To Day), denuncia senza pietà potendo contare su suggestioni ondivaghe che lo proiettano nell’universo sonoro furioso degli Algiers (I Wear This Because Life is War), nel limbo estatico à la Nick Drake (& Bird), nei bagliori soul di Kiwanuka (No Hallelujahs Now) e in quel sentimental mood riconducibile ai vari Jeff Buckley, Elliott Smith, Damien Rice. L’anomala coda strumentale di Pete The Monkey; The Baptimis Of Petter The Young – a metà strada tra il dreamy in chiave Air e il minimalismo dei Mùm – è l’ultimo suggestivo espediente che il folker utilizza per stemperare la verbosità di un album che la dice lunga su quello che c’è da attendersi per il futuro.

L.A. Salami ha già assicurato d’aver pronto materiale per almeno altri cinque album e, visto l’esordio, non riesce difficile crederlo. Dancing With Bad Grammar assomiglia ad una liberazione, un voler rinascere sotto la nuova luce del songwriter urbano con lo sguardo sì rivolto ai capisaldi del genere, ma lontano dalla trappola del passatismo, libero di sperimentare, mescolare suoni, forzare la metrica arrivando ad ammiccare anche all’hip-hop. Non sarà il prossimo Dylan ma (forse) essere semplicemente L.A. Salami potrebbe essere già un ottimo punto di partenza.

10 Settembre 2016
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L.A. Salami

Dancing With Bad Grammar (The Director’s Cut)

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