• giu
    24
    2016

Album

Polydor

Add to Flipboard Magazine.

Il concetto di boy band oggi giorno è sicuramente meno definito e circoscritto rispetto a venti anni fa, e non stiamo né parlando delle sbandate teen-fakepunk degli anni Zero, né della pseudo maturità degli ultimi One Direction: nonostante una maggiore varietà di stili, ancora oggi è infatti facile individuare le estetiche e le dinamiche di marketing dei progetti creati a tavolino per un target ben preciso di pubblico. Contemporaneamente si è però assistito all’ascesa di gruppi spacciati mass-mediaticamente come alternative/indie ma caratterizzati da sonorità in tutto e per tutto sfacciatamente pop, talvolta vicinissime a quelle tipiche delle boy band. Escluse le melense armonizzazioni vocali tra i componenti, alcuni brani delle recenti – e generalmente trascurabili – discografie di progetti quali The 1975, The Neighbourhood, Bastille o Imagine Dragons non sfigurerebbero all’interno di album appartenenti a qualche boy band, e benché alla base siano presenti ricerche sonore meglio definite (nei primi due nomi) e assetti live più vicini a contesti pop-rock, certe barriere sembrerebbero abbattute, quasi come se certi tabù fossero stati superati.

Alla lista precedente da ormai un paio d’anni si sono aggiunti i californiani LANY, formazione dai forti connotati pop composta da Paul Jason Klein (voce e leader), Jake Goss (batteria) e Les Priest (chitarra e tastiere). Un progetto che fin dal nome (LANY=Los Angeles New York) sfrutta gli acronimi per fare da collante tra produzioni plasmate su estetiche millennials: brani intitolati WRLDS, ILYSB, OMG, BRB (inclusa nella nostra playlist Tracks From Eps 2014 e nell’EP chiamato, non a caso, Acronyms) al servizio della fruizione liquida dello streaming usa&getta. A contorno, alcuni micro-tour come spalla di alcune star minori del nuovo mainstream pop (Troye Sivan e Halsey tra gli altri), a ribadire velleità prettamente da classifica.

Come per i 1975, anche nel caso dei LANY tra i solchi di una superficialità radio-friendly è possibile comunque rintracciare elementi che evidenziano caratteristiche piuttosto distintive. Il digital EP Kinda ha proprio il pregio di mettere in mostra quelli che sono i tratti somatici del trio, spingendo sia sul lato prettamente commerciale (Where The Hell Are My Friends e Pink Skies), sia su quello oniricamente urbano tanto caro ai The Neighbourhood, facendone una questione sia di melodie catchy che di sonorità fresche e adatte alle poche pretese estive. Where The Hell Are My Friends racchiude il gusto californiano-metropolitano per eccellenza, laddove la leggerezza prettamente party-oriented va a braccetto con il senso di impotenza che si prova dinanzi alla vastità di un luogo («Am I starting to hate California? Why am I in L.A? 40 million in California No one cares if I stay») in cui, nonostante le luci al neon e l’intrattenimento iniettato direttamente in corpo, è facile sentirsi soli e abbandonati. Più solare il chorus alla Backstreet Boys di Pink Skies, con gli stereotipi west-coast sempre dietro l’angolo («Cause I love the way your green eyes mix with that Malibu indigo»). Ritmiche serrate nell’impatto iniziale di Like you Lots, traccia debitrice nei confronti di certe soluzioni già ascoltate in Where The Hell Are My Friends, mentre in ottica pop sembra funzionale anche lo Sting in formato synth-pop di yea, babe, no way (anche in questa occasione emerge tutta la beata youthfulness del progetto, «White jeans, daydream. You and me, our sheets. Wearing nike. Kissing. No Sleep»).

Eterni tramonti in formato top40 che raccontano senza troppi voli pindarici la spensieratezza agrodolce del post-romanticismo anni Dieci («I don’t even know where I’ll be next week. Or we could dance all night, forget the future, I’m here right now, just be here right now with me» in Quit) in un sognante quanto plastificato pop che dialoga un po’ con gli anni Ottanta, un po’ con l’r&b (senza però mai spingere sui groove come invece fanno gli Honne). Prendiamo atto del potenziale radiofonico senza strapparci i capelli, constatando che i tempi per un album di successo sono ormai maturi.

2 luglio 2016
Leggi tutto
Precedente
Avalanches – Wildflower Avalanches – Wildflower
Successivo
Aphex Twin – Cheetah EP Aphex Twin – Cheetah EP

album

recensione

recensione

recensione

The 1975

I Like It When You Sleep for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite