Recensioni

Con l’esordio Nostalchic, che aveva destato un certo entusiasmo tra le riviste di critica specializzata, Lapalux sembrava dover diventare il nuovo Flying Lotus, il figlio illegittimo di James Blake, il discepolo di Burial. E con similari premesse era stato accolto pure il secondo lavoro, Lustmore, album che tuttavia aveva smorzato gli entusiasmi per via di una formula tanto rifinita nei più infinitesimi dettagli quanto prigioniera dei suoi stessi – in fin dei conti – cliché produttivi.
Nel terzo album Ruinism – sempre sulla sodale Brainfeeder – Stuart Howard la butta sul concettuale, sperimenta anche sul lato sinfonico/orchestrale, ed in sostanza tenta di allargare ulteriormente lo spettro delle fascinazioni, innalzando i glitch e il «wonky in chiave intimista» (ormai sempre meno wonky, in realtà) a un topos più ampio, quello delle rovine «per cui tutti gli uomini hanno una segreta attrazione», citando Chateaubriand. Del resto, la genesi del disco rimanda ad una sua performance all’interno di un cimitero dell’East London, “Despair”, titolo che lascia intravedere in Ruinism una sorta di studio sonoro nichilista sulla fine della vita, un’esplorazione di spazi tra la vita e la morte quasi teatrale, così come Lustmore aveva ruotato attorno all’ipnagogico.
Innalzamento della materia, si diceva, più a livello concettuale che musicale. Se le rovine – il rovinismo, anzi, per traslare dall’inglese – sono le memorie d’infanzia che alimentano la vita adulta innescando pensieri creativi, si può dire che in Ruinism di creatività ce n’è, sebbene ancora oppressa e nascosta da uno strato di memoria musicale che risulta fin troppo invadente (vedi alle voci massimalismo del mentore FlyLo, gli hyper-mondi hi-tech del Clark di Empty the Bones of You, la follia di Arca in Falling Down col featuring dell’islandese JFDR, ecc.). Da Lustmore rimane lo strato nu-black e nu-soul (soprattutto nei duetti, come in Rotted Arp o 4EVA) e il crossover tra epoche diverse dell’elettronica, come in Essex Is Burning, che accenna ai Daft Punk come a riverberi ambient, fino a decostruzioni digitali che rimandano alla musica strumentale di stampo fortettiano (come il sax di Data Demon) tentando ambizioni burialistiche senza però, bisogna dirlo, riuscirci appieno (Petty Passion).
Come notavamo nei dischi che lo hanno preceduto, Ruinism sembra più una prova che un punto d’arrivo. I passaggi rilevanti però non mancano: in Phase Violet il crescendo è degno di ambientalismi ricercati di un Aphex Twin, Flickering lascia spazio all’incontro tra melodia di voce femminile e bassi kavinskyani, Data Demon potrebbe tranquillamente essere un brano della colonna sonora del docu-film-malato Koyaanisqatsi, o un rimasuglio industrial à la Venetian Snares, mentre Rotted Arp è una performance di recitato su linee di synth disarticolate, mutevoli e contorte, dall’estetica sensuale e morfinica. Parlare di punto di partenza al terzo disco suona strano, ma è quel che troviamo in Ruinism: ottimi spunti non del tutto sviluppati, vecchi strascichi da superare, un’eleganza che potrebbe dare molto di più al genere.
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