Recensioni

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Non tutti possono eccellere, non tutti possono vantare lo stesso talento, non tutti riescono ad innovare, non tutti hanno la stessa capacità di lasciare il segno, non tutti incontrano la stessa fortuna. Insomma, non tutti possono essere dei punti di riferimento all’interno dei propri contesti: si può anche sguazzare appena sopra alla linea della mediocrità senza necessariamente finire immediatamente in un immeritato dimenticatoio.

L’inglese Låpsley, ad esempio, non potrà mai competere – a livello commerciale – con le popstar mainstream e contemporaneamente non avrà mai lo stesso impatto artistico/rivoluzionario sulla pop music degli anni Dieci che hanno avuto artisti come James Blake o FKA Twigs, giusto per citarne due. Già all’interno della recensione dell’EP Understudy (2015) evidenziavamo come nel Låpsley-sound, esclusa l’abbondanza di (auto)duetti donna-uomo via downpitch, non emergessero particolari peculiarità stilistiche rispetto alle decine di proposte similari che hanno invaso la blogosfera negli ultimi tre anni, caratterizzate da un impianto intimo-minimalista, suoni cristallini e vocalità capaci di muoversi tra il caldo-sensuale e il freddo-glaciale a seconda dei casi. A più di un anno di distanza e con una nuova armata di progetti affini (mediamente caratterizzati da acronimi o sigle con caps lock attivato), la situazione non è cambiata più di tanto: l’album d’esordio Long Way Home non sembra infatti poter posizionare la diciannovenne di Station e Falling Short (ad oggi probabilmente i due pezzi migliori) su un piedistallo. Se da un lato continuano a non emergere tratti veramente distintivi, dall’altro – lungo la tracklist – si inciampa in numerosi passaggi inutilmente patinati e piatti.

L’aspetto più preoccupante è che le parentesi più convincenti continuano ad essere quelle maggiormente legate agli esordi, ovvero quelle in cui il timbro malleabile di Låpsley incontra beat minimali arricchiti da suoni quasi fanciulleschi (Painter). Perlomeno in questi casi si esce dai pericolosi binari che puntano al moderato classicismo del bel canto figlio di Adele (Silverlake, Seven Months) o ai generici sbadigli da top40 (Tell Me The Truth o Love Is Blind, in alcuni frangenti davvero pacchiana). Alcuni spunti interessanti a livello di produzione – blip, effettini assortiti – non riescono a scacciare l’alone posticcio di chi ha forse in parte smarrito l’autenticità DIY dei primi tempi per abbracciare soluzioni più ruffiane. Il singolo Hurt Me, ad esempio, è il brano più furbo del lotto (presentato addirittura da Fazio in versione piano e archi) e si muove ad altezza Sia, mentre Heartless presenta un inaspettato cambio di intensità che suona piuttosto fuori contesto. Assolutamente fuori contesto sembra essere anche Operator (He Doesn’t Call Me), un incrocio tra ritmiche black (un po’ Motown, un po’ disco) e alcuni elementi targati Florence + The Machine.

Spremendo Long Way Home fuoriescono contrasti e compromessi che sembrano scaturire da una indecisione di base sui connotati da dare all’intero progetto. Da questo album d’esordio non è facile capire a cosa miri realmente Låpsley; speriamo solo che non finisca fagocitata dalla frenesia del music business, perché camminare sul filo del midstream può essere pericoloso, se non si hanno sgargianti colpi di genio o spalle abbastanza larghe.

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