• Giu
    16
    2017

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Northern Spy Records

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Verso la fine degli anni novanta, il filosofo francese Jacques Derrida intervistò il sassofonista jazz Ornette Coleman; ne uscì una sorta di trattato su relazione umana e linguaggio musicale. Alla domanda su come il musicista interpretasse o capisse le sue stesse affermazioni, il padre del free jazz confessò al francese: «Mi interessa di più avere una relazione umana con lei piuttosto che una relazione musicale. Voglio verificare se riesco a esprimermi con le parole, con suoni che hanno a che fare con una relazione umana. Allo stesso tempo, mi piacerebbe essere in grado di parlare della relazione tra due talenti, tra due azioni. Per me, la relazione umana è la cosa più bella, perché ti mette in condizione di guadagnarti la libertà che desideri, per te e per l’altra persona». Una libertà, artistica e personale, che Coleman ha vissuto pienamente fino all’ultimo dei suoi giorni. Durante il suo funerale, nel 2015, alla Riverside Cathedral di New York City, si deve essere respirata un’aria di potenza e spiritualità molto forte, o come meglio descritto da David Remnick sul New Yorker, «full of a sense of artistic limitlessness and spacey experiment». In quell’occasione Larkin Grimm, presente alla funzione, si sentì avvolta da una nuova forza: di fronte alla figura di Coleman, vestito di viola come un idolo di cera, la sua energia spessa e morbida riempì l’intera sala. Così, in mezzo a miti viventi come Pharoah Sanders e Ravi Coltrane, decise che lo spirito di Coleman avrebbe pervaso il suo futuro lavoro.

Il rapporto umano alla base dell’idea di Coleman è anche quello che, ascoltando gli otto brani di Chasing An Illusion, guida il nuovo modo di approcciare il suono della musicista di Memphis. Attraverso questa musica Larkin Grimm ha deciso di essere libera, libera dalla sofferenza, dalla vergogna, dalle inibizioni, dal linguaggio, dall’odio, dall’oppressione, dal genere, dalla razza, dalle aspettative. Chasing An Illusion si aggrappa alla voce maestosa della cantante, che evolve spesso in un urlo sanguinoso e feroce. Con questo nuovo lavoro, il suono si fa più libero rispetto al passato, avventurandosi giocosamente in territori jazz. Un disco che si concentra sull’amore più alto e sulla verità, la stessa verità del suono, realizzata registrando in presa diretta, mantenendo le voci crude, e sentendo il suono effettivo della stanza. Un modo per celebrare la nostra umanità e la nostra imperfezione, attraverso la trance rituale della musica.

Questa volta il folk espressivo e materico della Grimm viene investito da aperture emozionali crude e vulnerabili, spingendo su un tema – la maternità – che scava nel profondo dei testi, con un’epicità dolcemente psichedelica e arty. L’apertura affidata a Ah Love is Oceanic Pleasure è un lussureggiante paesaggio sonoro rock, influenzato dalle terre indiane e ricoperto da archi austeri, e nel refrain («You have to choose your freedom») si esplica tutta la volontà d’indipendenza e autodeterminazione della trentacinquenne. L’arpa protagonista della benedizione pop di Beautifully Alone è un fremito che si increspa e seduce, mentre glissa e incanta nella maestosa e trionfale Fear Transforms Into Love (Journey In Turiyasangitananda). Echi di dreampop anni ’80 di casa Cocteau Twins fanno brillare la già perfetta I Don’t Believe You: dal flauto cristallino alla chitarra elettrica la melodia regala un pattern ritmico progressivo, con l’entrata finale di rullante, tamburi e cembali. Un valzer sognante e misterioso dedicato a tutte le vittime di abusi sessuali, che suona ancor più emozionante considerando che la cantante due anni fa ha accusato di stupro Michael Gira, suo produttore ai tempi di Parplar.

La voce della cantautrice, qui vigorosa e terragna, sposa un’ipnosi di violini nella sofisticata On The Floor, mentre le eleganti percussioni di Tom Van Buskirk rendono sinfonico il dreampop acustico di A Perfect World. Lo spirito free jazz che sta alla base di questo disco, o perlomeno nella sua scelta compositiva, si snoda nella imponente title track, dove ruderi di suono anarchico e trombe infuocate si avvicinano minacciose a chitarre distorte: è il climax dell’angoscia, il riverbero naturale di una registrazione vivida e rurale. Con quest’ultima traccia, ricca di bellezza e momenti declamatori à la Patti Smith, la Grimm elimina ogni tentativo di modellare un suono troppo lucido, dando invece una grande importanza alle crepe della musica, alle voci aggravate, a chi è caduto e si è ferito.

Esplorando emozioni grezze, vulnerabili e ferine, il disco della Larkin scava profondamente nel jazz, ma con un tocco più leggero: ogni strumento utilizzato, inclusa la sua voce, consegna lo stesso tono di libertà, senza aggiungere alcun effetto di alterazione. Un album di guarigione, a detta dell’artista americana, in cui ogni brano affronta una sorta di dolore, ogni traccia offre un modo per aiutare le persone ad amare se stessi e gli altri. Le tecniche che ha acquisito duranti gli anni di studio in pittura e scultura, assieme a pazienza e determinazione, vengono applicate anche alla sua creazione musicale: non si limita così a suonare un genere musicale specifico, ma si concentra a sviluppare nuovi pattern ritmici e melodie.

Se Ornette Coleman è stato la principale ispirazione per questo debordante Chasing An Illusion, oggi la Grimm può dirsi ben soddisfatta nell’aver saputo esplorare oltre i confini musicali, facendosi spazio nella scoperta di diverse chiavi musicali. Dolcissima, fragile e umile, un essere spirituale ed emotivo e delicato, Larkin Grimm riposiziona continuamente l’area dell’oltre, di quanto, cioè, è inafferrabile sul piano percettivo; accarezza come fantasma indefinito del desiderio, il soddisfacimento immediato della curiosità dei sensi. Che il free jazz sia stato fondamentale nel concepire e realizzare questo nuovo disco, specialmente nel lavoro verso la libertà, l’espressività e l’accettazione, è quantomai palese. Ma il modo in cui l’artista livella il suono è talmente immaginario e scultoreo che pare più avere a che fare con la space music dell’alieno Sun Ra: il suo respiro, durante il canto, diventa qualcosa di concreto e tangibile, non più solo un’energia interna e magica. Ecco, quella famosa relazione umana di cui parlava Coleman, si esplica qui nello scegliere il giusto ritmo del respiro per pronunciare confessioni intime, disinganni, illusioni a occhi aperti.

16 Giugno 2017
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