Recensioni

7.1

Le bergamasche Capre a Sonagli, già a partire dal bizzarro nome di battaglia che si sono scelte, si collocano sin dai loro esordi (Sadicapra, 2012) in un immaginario fortemente grottesco e oscuro, raro da trovare nella seppur vasta fauna dell’alternativo italiano, e sicuramente frutto di un’evoluzione stilistica che sedimenta le proprie basi nella ricerca di un linguaggio peculiare e riconoscibile, e in un sound che pesta insieme gli elementi più disparati, dal freak folk alla psichedelia, passando per il blues, il noise ed il southern rock. Ebbene, le Capre scalano il ripido percorso di montagna con testardaggine ed abnegazione, arrivando ad un terzo album (il primo per l’etichetta aretina Woodworm), Cannibale, che pone sul tavolo i medesimi elementi che fino ad ora hanno contraddistinto il curioso pout-pourri sonoro dei quattro, ma con una maggior consapevolezza nei propri mezzi ed una maturità che volendo semplifica la formula sonora, rendendola però più schietta ed efficace. Prime avvisaglie di cambiamenti nel recinto delle Capre è senza dubbio l’ingombrante presenza di Tommaso Colliva al deck: dico ingombrante perché la fine mano artigiana di uno come Colliva (fido mestierante e manipolatore del suono alla sfarzosa corte dei Muse, tra i tanti) incide e non poco sul sound dei quattro ovini, ripulendolo dalle sporcizie e dallo spesso strato di lo-fi che caratterizzava l’esordio (più per limiti tecnici che per altro) e qualche passaggio del disco successivo (l’ottimo Il Fauno, concept allucinato ed allucinante), ma amplificandone il tiro e la potenza (ne beneficia appieno una sezione ritmica in grande forma) e riuscendo soprattutto a mantenere quell’atmosfera basculante e avvinazzata, vagamente malsana, che è in realtà il punto di forza dei nostri.

Si evince infatti da questo nuovo lotto di tracce che i bergamaschi hanno provato a dare un’ulteriore sferzata di dinamismo al loro sound, sostituendo le ritmiche sghembe e distorte dei capitoli precedenti con galoppate furenti e taglienti (Cannibale in Mare, Treno per il Tibet), ma quel passo sciancato e inquietante da ciurma esausta rimane nelle loro corde e nella loro anima, donando a quei passaggi rabbiosi quel tocco di rum e allucinogeni: Tom Waits coinvolto in una rissa da bar con i Kyuss, né più né meno. Il suono convince, le liriche, forse, potrebbero incutere timore e generare perplessità: sono ermetiche, spesso fugaci, inintelligibili e a volte (volutamente) non comprensibili, perché soffocate nel mix dall’assurdo marasma sonoro; allo stesso modo, però, seguono la linea dei lavori precedenti, rimanendo coerenti all’immaginario criptico della band, e stavolta dipingono squisiti quadretti che fanno del grottesco il loro pane, generando scenari che flirtano con l’esoterismo e la superstizione (La iella, brano in cui la Sfiga viene raffigurata come una vecchia, “maledetta infame”), il mito (Icaro), i sacrifici rituali (la verdeniana Rito Azteco, altro esempio di quanto le Capre abbiano beneficiato della mano di Colliva in produzione), oppure situazioni più genuinamente gore, come nel singolo Gallo da Combattimento, in cui la versatilità vocale del leader Stefano Gipponi si fa regina, mettendosi in mostra in una delirante fiera dell’onomatopea.

L’album gioca molto sul contrasto generato da un Lato A che corre a rotta di collo e fila via liscio, e l’altra metà che si adagia e intraprende i percorsi già battuti in precedenza, mettendo in risalto il volto lisergico e sperimentale: la chiusura delle danze è affidata a Nerone, che parte come un triste lamento per piano e voce, e poi mostruosamente muta in un mantra tribal-percussivo che ricorda molto da vicino i ritmi ipnotici consumati a margine dei fuochi dei baccanali. Cannibale è questo, e forse molto di più: dove le mie parole si fermano, incapaci di descrivere e cogliere molte delle sfumature che rendono questo disco a suo modo unico, potrebbe iniziare per voi, nell’ascolto, una mezz’oretta di viaggio nei meandri più oscuri del fegato di Bukowski. O nella mente di Goya, fa lo stesso.

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