Recensioni
Lee Gamble
Lee Gamble
Kuang
Lee Gamble - Koch
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Edoardo Bridda
- 23 Settembre 2014


Lee Gamble è stato uno dei nomi più spesi dall’intellighènzia experimental techno nel 2012. Grazie alle trasfigurazioni ambient di un mixtape di gioventù (Diversions 1994-1996), a un album sospeso tra computer music e techno (Dutch Tvashar Plumes) e, in generale, a un’estrazione musicale in grado di unire, sotto il prestigioso vessillo PAN, i portati generazionali dell’ardkore continuum con le manipolazioni digitali dell’epoca d’oro di Mille Plateaux, Mego e Touch, il producer nato a Birningham è sembrato tanto il perfetto corrispettivo adulto (non intellettuale) di label come la Tri Angle (o della hipster house tout court), quanto un’ideale matta nel mazzo di produzioni e speculazioni “death of rave” (Actress e Zomby) e altro ancora (vedi i prodigiosi djset nei programmi radio e le installazioni con il sodale Dave Gaskarth).
Del resto, se mettersi in mezzo alle correnti, rompere le nicchie anche solo per un motivo di sopravvivenza artistica, è uno dei must degli anni ’10, Gamble, che di regole non ha conosciuto che le proprie, era ed è il personaggio giusto al momento giusto, tanto meglio se la sua libreria di suoni e campioni può, da sempre, contare su più di quindici anni di produzioni e mixtape musicali passate sotto i radar e le sue fisse di sempre. Ritrovarlo nel 2014 con un approccio che concede quel tanto che basta al 4/4 di Detroit e Chicago, asciugando molta della computer music che caratterizzava alcuni aspetti delle sue produzioni precedenti, rappresenta una nuova quadratura di un percorso ancora sfuggente, e non facile, ma non di meno affascinante, visionario, totale.
Kuang e Koch, quindi, come Diversions 1994-1996 e Dutch Tvashar Plumes, sono due facce della stessa medaglia, con il primo sorprendentemente aperto ad ambiguità post-deep jazz (non lontane da Andy Stott) e il secondo, della durata di 1 ora e 16 minuti, in coerenza con il precedente Dutch Tvashar Plumes, ad acquistare i contorni sia di una versione ipnagogica della techno del Berghain, sia di un ritorno ad acquatiche ed aeree fascinazioni Porter Ricks e Basic Channel, con le quali ri-osservare smalti jungle e continuum britannici di lungo corso.
La bellezza produttiva di Gamble è sì fatta di dettagli sopra e sotto il manto sonoro (tocchi noise, piccole glitcerie, loop con l’accetta, campionamenti ovunque screziati, pause, oppure, a sorpresa, lunge distese di soniche spaziali), ma si rivela a pieno in un modo particolare di tenere l’attenzione di chi ascolta. Nel coinvolgere l’ascoltatore non raccontando nulla di sé e tutto dell’altro da sé. Emerge, ancor di più, un’elettronica autorale, non vincolata ai generi, che richiama il miglior Mika Vainio come anche Thomas Köner.
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