Recensioni

7.4

Lee Gamble è uno che alla definizione e alla spazialità del suono ha sempre tenuto moltissimo. Avvistato al soundcheck nel lynchano Redbull stage dello sfortunato robot08, il producer e dj era più sotto al palco che dietro alla consolle. Si sedeva a gambe incrociate in diversi punti della sala, concentrato nel capire come far arrivare la propria musica al pubblico all’interno di uno spazio acusticamente non facile. Con le orecchie a mezzo metro dal pavimento di cemento della Fiera di Bologna, dava indicazioni a un ragazzo sul palco riguardo a volumi, altezze, bassi e quant’altro. Cambiava posizione, arrivavano nuovi cenni e così via. Parafrasando le dichiarazioni del Nostro: da Diversions 1994-1996 alla precedente prova lunga, Koch, Gamble si è concentrato attorno all’intercettazione di segnali dell’altro mondo, quelli dell’inconscio come subacquei, allucinati ma anche onirici. In sintesi, la sua attenzione finora si è piazzata su un’acusmatica death of rave fatta di suoni provenienti da un aldilà del clubbing britannico, somministrati con chimica e spaesante precisione.

A distanza di tre anni dal sopracitato album e a uno dal primo capitolo della serie Chain Kinematics EP dedicata alle esplorazioni di nuove relazioni prismatiche tra jungle, techno e ambient (ovvero ai fondamentali della sua proposta), lo scarruffato di Birmingham mette il reset e riparte daccapo con qualcosa di fresco e (non radicalmente) differente, anzi qualcosa – dice – che decodifichi maggiormente quei sogni e fantasmi. Da PAN il Nostro approda sulla Hyperdub di Kode 9 con un lavoro concettuale di quelli non nuovi alle produzioni elettroniche di questi anni. Avrebbe potuto optare per Planet Mu, che in questo periodo sta andando a nozze con certe sonorità, ma la scelta cade volutamente sulla label di Goodman, per questo Mnestic Pressure.

Decostruita, elettrica e pulsante, Hi-Tech, ancora in dialogo con l’hardcore continuum proprio come lo era Nothing di Kode9, la nuova prova sembra osservare quello stesso ecosistema cyber-interconnesso soltanto da un’angolazione differente, tentando di bucare le matrix dallo schermo dei poltergeist. Dove nel lavoro di Goodman a dominare era il concetto di zero e le sue implicazioni sul futuro prossimo venturo (zero life e zero work…), Gamble s’interroga sull’influenza subliminale/fantasmatica che la società contemporanea esercita su di noi, in primis attraverso immagini, pubblicità, remarketing e AI che attivano serotoninicamente in noi il desiderio di comprare nuovi prodotti con (bit)monete sempre più virtuali e virtualizzate.

All’interno di una ormai affollata discografia che non ha mancato di alimentare interessanti dibattiti – sul filone citiamo anche U Feel Anything? di Ziúr sulla sopracitata Planet Mu – neanche l’impianto concettuale proposto dal producer possiede una connessione direttamente traducibile nelle musiche qui proposte. Dunque, il portato intellettuale messo a servizio del sound lo “informa” soltanto, producendo un risultato dove decostruzioni ritmiche e ambient(i) lavorano su più livelli (pressione, densità spazialità, granularità), prestandosi tridimensionalmente a fluidi giochi di macchina a zero gravità. Sarebbe un po’ ozioso entrare nel dettaglio delle tredici tracce dell’opera, basti sapere che formano un mosaico con una sua coerenza da vivere dall’inizio alla fine, in cuffiona adeguata o mediante un impianto Hi-Fi possibilmente all’altezza, con orecchie ed occhi ben aperti. Anche perché, rimescolando le carte dell’IDM britannica, della jungle come di una ambient dronata, noisey e techno (che scava indietro fino alla lezione di Mille Plateaux), in questi 44 minuti accadono davvero tante (affascinanti) cose.

Ancora un ottimo capitolo per le musiche che, riprendendo la lezione degli Autechre, sono tornate a ragionare criticamente sul presente (sondando futuri possibili) e hanno tolto dal loro vocabolario le parole citazionismo, retromania e prodotto di genere.

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