Recensioni

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A due anni dal buon Old Ideas, il tredicesimo album del fresco ottuagenario Leonard Cohen vede nove ballate diversamente blues segnate dalla voce in primissimo piano del grande canadese. Come giudicarle? Francamente suonano gradevoli, a tratti intriganti, però a dirla chiara se non si trattasse del disco di uno dei più grandi cantautori di ogni tempo, non staremmo a dedicargli tanta attenzione. La parola chiave è: mestiere. Il fatto che siano state scritte e prodotte assieme ad un guru del mainstream come Patrick Leonard – dagli 80s al lavoro con Madonna, Pink Floyd, Bon Jovi e tanti altri, per non tacere di Laura Pausini – è estremamente significativo: l’impianto gospel-blues possiede una sorta di levigatezza pneumatica, come se ogni canzone si consumasse in una sorta di bolla sonora senza spiragli verso l’esterno. Sembra quasi il corrispettivo musicale di un recital, un tentativo quasi pittorico di rappresentare il protagonista sul palco avvolto nel cono magico ed essenziale delle luci, col coro ad un passo e l’orchestra (una band minimale più archi e ottoni) ad agire nell’ombra.

Pure immerso in quest’aura artificiale fino al limite del fastidio, Cohen riesce a conservare la quota minima d’intensità, quella solenne mancanza di riguardo, quel tipico impasto di lucidità struggente e pietas risoluta. Pochi altri possono permettersi riflessioni sulla catastrofe dell’uragano Katrina come Samson in New Orleans, con la rabbia che la indovini appena rimbombare sorda nel petto sotto il chiarore gospel folk. Lo stesso dicasi per l’ibrido tra blues androide e sfumature orientali di Nevermind. Altrove ti sembra di essere al cospetto di uno zio guitto di Nick Cave (vedi la meditazione post-undicisettembre di A Street ed il call & response di Born in Chains), oppure di un Tom Waits redento nelle acque del Delta (Almost Like The Blues), mentre My Oh My tenta di abbozzare un country rock credibile pur spazzato da vampe errebì, col risultato che il deserto diventa subito scenografico.

Forse l’episodio migliore ce lo regala in chiusura quella You Got Me Singing che esala vapori klezmer sotto il front porch, col distacco palpitante delle ballate che guardano la vita a volo d’uccello. Insomma, un album non certo memorabile che però ha il non trascurabile merito di esistere: un mondo in cui un nuovo album di Leonard Cohen è possibile, è comunque un mondo migliore.

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