Libri
Jimenez

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Tocca mettere agli atti che le pubblicazioni sul rock e dintorni, perlopiù mirate a storicizzarlo, si stanno susseguendo con una certa regolarità. Come se, proprio nel momento in cui il rock sembra perdere contatto col centro nevralgico dell’immaginario collettivo, affiorasse una diffusa esigenza di farci i conti, di consolidarne l’impronta in quanti devono molto al rock in termini di vissuto e formazione, in senso individuale e generazionale. Non solo escono molti titoli: è notizia recente quella della nascita di una nuova casa editrice, la Jimenez, fondata a Roma da Michela Carpi (editor, giornalista e scrittrice) e Gianluca Testani (musicista – già nei grandi Mosquitos -, giornalista, scrittore ed editor). Tra le mission della Jimenez c’è appunto quella di pubblicare romanzi e saggi (una dozzina di uscite annue) che con la musica abbiano a che vedere piuttosto e anzichenò.

Le prime tre uscite sono quindi due romanzi e un saggio, quest’ultimo davvero interessante: Rock Lit mette al centro fin dal titolo il rapporto profondo, simbiotico tra rock (meglio: tra certo rock) e letteratura. Liborio Conca, critico letterario per varie testate web e cartacee (Mucchio, Blow Up, Minima & Moralia, Il Tascabile, Esquire, The Towner, La Repubblica…), è un esordiente ma dimostra di possedere il passo degli autori consumati scegliendo un perimetro e un’angolazione in cui il lettore si accoccola dopo poche pagine, anzi direi poche righe, per poi da lì non schiodarsi durante le circa duecento pagine seguenti. Lungi da perseguire un’impostazione di tipo enciclopedico, il volume prende forma come una riflessione, una confidenza, un punto di vista che suggerisce implicitamente di essere solo lo scorcio di un orizzonte vasto e complesso. Eppure, anche se te ne mostra solo qualche sfaccettatura, riesce a farti intuire quanto grande e prezioso sia il diamante (pazzo).

L’utilizzo delle note a piè di pagina come chiosa informativa – certo – e commentario confidenziale, è decisivo per regolare la frequenza del rapporto tra autore e lettore su un registro amichevole, per stabilire una relazione di reciprocità che presuppone un’attitudine, tutto un catalogo di sensibilità comuni. E, porca miseria, funziona: l’empatia è immediata e salda. Conca si muove per luoghi letterari che, oltrepassati, si ripresentano, tornano come spiriti incontentabili a cucire ambiti musicali anche diversissimi: dal beat visionario di William S. Burroughs al southern gothic di Flannery O’Connor, per poi proseguire addentrandosi nei vaticini angosciosi di Kafka, nella brusca illuminazione di Rimbaud, nell’acidità ante-litteram di Lewis Carroll, nell’esistenzialismo sul filo dell’assurdo di Albert Camus, nel contro-sogno Americano di Faulkner, Steinbeck e Salinger, e via discorrendo (cit.). Aggirandosi come un flaneur con lo stradario nascosto nel taschino, Conca indica connessioni e nervature che dalle pagine si sono fatti testi, canzoni, titoli di dischi, discografie. Hai l’impressione, leggendo, che Mark Linkous, Vic Chesnutt, Robert Smith, Kurt Cobain, Leonard Cohen, Bob Dylan, Patti Smith e PJ Harvey tra gli altri siano (fossero) immersi in uno stesso stagno amniotico, diversissimi – certo – per stile, obiettivi e notorietà, eppure simili perché simile la febbre che li muove, che spinge il loro sguardo oltre la consuetudine per individuare e unire i segni dispersi, per (ri)comporre il disegno di una percezione profonda, tormentata e profetica.

Mi è capitato di chiedermi, mentre le pagine scorrevano così leggere e così gravi(de), così brillanti e oscure, a chi si rivolgessero, chi fosse l’interlocutore più o meno intenzionale messo nel mirino da Conca: mi sono risposto che si tratta probabilmente di un fantasma, una sagoma ideale e in dissolvenza, ma di cui si sente ancora e sempre più il bisogno (un po’ come Tom Joad che in Furore svanisce ma solo – ma proprio – per diventare una presenza ineluttabile, una coscienza-ombra che ci portiamo dentro come una ferita). In questo viaggio tra cuore, testa e viscere della (sua, nostra) passione per il rock, Conca ci dice in filigrana che il capitale di trame, radici, visioni, intuizioni e illuminazioni, questo intreccio di codici espressivi (la letteratura e il rock) fratelli nella loro distanza, una distanza che è solo e sempre più convenzionale (una convenzione che il Nobel a Dylan e il Pulitzer a Lamar mette simbolicamente, e perciò pesantemente, in discussione), tutto ciò insomma non deve andare perduto. Soprattutto oggi, mentre si irrobustiscono le condizioni per la sua estinzione, no, non possiamo permettere che accada. Che ci accada.

22 Novembre 2018
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