• Lug
    19
    2019

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Profound Lore

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Sant’Ildegarda di Bingen non era una santa qualunque. È stata una delle figure più curiose e onnivore del Medioevo. Badessa di un convento benedettino e consigliera di grandi figure politiche, fu soprattutto una mistica visionaria e, oltre a questo, poetessa, filosofa, cosmologa, studiosa di botanica, guaritrice, esorcista (!) ma più in particolare – per quello che ci interessa qui – linguista e musicista. Creò una lingua ignota, una sorta di esperanto mistico, la lingua dell’ineffabile, con un suo alfabeto di segni coniato da lei stessa – o se si vuole, una sorta di linguaggio cifrato dettatole dall’Altissimo. E compose musica inaudita: così la chiamò lei stessa. Musica che discendeva direttamente dal divino (oggi diremmo “psichedelia medievale”).

Lingua Ignota è il monicker che Kristin Hayter, artista californiana trapiantata nel Rhode Island, salita alla ribalta due anni fa con due lavori che hanno rivelato al mondo il suo talento (in particolare All Bitches Die), ha scelto per il suo progetto musicale. Kristin canta e compone musica inaudita di oggi, in cui si incontrano input diversissimi e in apparenza lontanissimi: noise, dark wave, folk gotico, musica classica, sacra, lirica, teatro, black metal… un insieme decisamente sui generis. Kristen ha sicuramente qualche predecessore e influenza illustre: il primo brano di Caligula, Faithful Servant Friend of Christ, ha le risonanze rituali e arcane di un de profundis à la Dead Can Dance. E la trenodia supplichevole, i recital perversi, le urla forsennate di Do You Doubt Me Traitor hanno impresse le stimmate di una Plague Mass della serpenta in persona, Diamanda Galás. Sono nove minuti di psicodramma, un incubo, con un pianoforte agghiacciante che sembra uscito da Eyes Wide Shut. A proposito di Kubrick, la musica funebre di Henry Purcell a cui si appoggia morbosamente Butcher of the World era un pezzo di cultura pop per via di Arancia Meccanica ed è ora un pezzo di cultura quasi (black) metal per le urla terrificanti con cui la azzanna la nostra Lingua Ignota. Che poi un po’ ci ripensa e decide di impietosirla con un lamento da vecchio melodramma (da vecchissimo melodramma, quasi monteverdiano).

Se appunto il gothic esoterico di una Lisa Gerrard e l’aria da tregenda e le impennate vocali di una signora degli inferi come la Galás possono essere dei punti di riferimento, nel panorama contemporaneo Lingua Ignota può rientrare e ritagliarsi un posto tutto suo nella new wave (o crimson wave) del cantautorato dark al femminile da Zola Jesus in giù; nel giro Sargent House e dintorni le fanno buona (ma diversa) compagnia individualità come Chelsea Wolfe o l’emergente Ioanna Gika. Kristel mostra però una personalità notevole – frutto anche di un vissuto che ha esorcizzato nella stessa maniera brillante e disturbante nei lavori precedenti – che emerge proprio dall’escursione sonica estrema (dall’empireo celeste agli inferi satanici) a cui sottopone le sue composizioni, dai contrasti stridenti che ne sono il cardine, dalle escursioni vocali di cui è capace.

Se dopo il crescendo orrorificamente wagneriano di If the Poison Won’t Take You My Dogs Will i brani immediatamente successivi sembrano imporre una forma più elegante di recital cantato tra romanza e spiritual bianco, in Spite Alone Holds Me Aloft la voce di Kristin torna a sdoppiarsi tra il canto più melodrammatico e lo scream più efferato. E la musica fa lo stesso, di conseguenza: dolce e solenne e poi terribile e cacofonica. Mentre il finale di I Am the Beast, in cui si passa dal clavicembalo al rumore assordante, a una chiusura di grandeur sinfonica, non può che essere l’apoteosi dell’intero percorso, la sua fissazione definitiva. Un’opera (e un’esperienza) complessa, ostica, eccessiva, questo Caligula, ma sicuramente d’impatto e che reclama assoluta attenzione per la sua intensità.

9 Settembre 2019
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