• mag
    19
    2017

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Warner Music Group

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Ci sono album che non meriterebbero neanche di ricevere attenzioni. One More Light dei Linkin Park è senza dubbio uno di questi. Perché continuare a parlare della band di Chester Bennington in un momento storico come questo? I Linkin Park, nel 2017, seriamente?

Ribadire per l’ennesima volta quanto è nullo l’apporto dei californiani è quanto meno futile e, con tutta onestà, avremmo preferito concentrare gli ascolti su altro. Il problema è che – sulla carta – con il settimo album i Linkin Park hanno creato un punto di rottura con il passato che giocoforza va almeno contestualizzato. Parallelamente è difficile comprendere il polverone che si è alzato attorno all’attrito tra fanbase e band in seguito alla release dell’album (“if you’re gonna be the person who says like ‘they made a marketing decision to make this kind of record to make money’ you can fucking meet me outside and I will punch you in your fucking mouth”, le parole di Chester). Svolta pop? In un certo senso sì, ma gli americani sotto sotto sono sempre stati una pop band (di scarsa fattura). Perché tutto questo clamore? Dov’è la novità?

La novità sta nel modo in cui la vacuità della loro proposta è stata esposta. In One More Light, infatti, la truffa è alla luce del sole dal primo all’ultimo minuto: la band di Hybrid Theory non tenta neanche più di mascherare le reali intenzioni sotto la consueta – e altamente plasticosa – coltre di finto-rock (riff, urla, distopia…). Le intenzioni fondamentalmente non sono mai cambiate, solo che arrivati al termine di una parabola discendente che ha toccato il fondo con il poco fortunato The Hunting Party sì sono probabilmente accorti che i tempi sono cambiati e che per sopravvivere era necessario sposare completamente la causa del pop più becero. Il rischio, però, è quello di perdere i fan della prima ora e – contemporaneamente – di non riuscire a conquistarne di nuovi.

Il progressivo avvicinamento a sonorità accomodanti è un leitmotiv che abbiamo tastato con mano tante – troppe – volte, ma anche senza volere fare un processo alle intenzioni, il risultato è che oggi quella prodotta dalle due band post-2000 di maggior successo (loro e i Coldplay) è con ogni probabilità la peggior espressione musicale in circolazione (tormentoni latini permettendo). Come nel caso dei Coldplay anche su questi lidi, messe da parte le strumentazioni tradizionali, il concetto di “band” sembra svanire nel vuoto catalizzando le attenzioni attorno al ruolo del leader (One More Light potrebbe essere tranquillamente un album pubblicato a nome Chester Bennington). Mike Shinoda – per esempio – pur intromettendosi timidamente in alcune occasioni, solamente in Good Goodbye ha i suoi trenta secondi di libertà vigilata (tra l’altro messi letteralmente in ombra dalla presenza da Stormzy e Pusha T). La sua presenza è stata sostituita da tonnellate di vocine super-pitchate prese clamorosamente in prestito dall’attuale panorama dance commerciale.

All’interno della striminzita tracklist, metà delle tracce sembrano provenire dall’altrettanto osceno Memories… Do Not Open dei Chainsmokers. Non va meglio però quando gli autori di In The End escono dagli infausti binari del pop-EDM più prevedibile come nel caso di Sharp Edges che segue pedissequamente i cliché del folk da classifica in voga quattro-cinque anni fa (chitarrino spensierato e cassa dritta) e della titletrack, lamentosa e piatta ballad senza capo né coda. Risulta pressoché impossibile salvare anche uno solo dei dieci brani dell’album dato che anche quei rarissimi momenti (o, meglio, istanti) melodici che potrebbero sembrare vagamente piacevoli quando si è con il cervello in modalità off, vengono bruscamente interrotti da soluzioni elettroniche a dir poco irritanti (e didattiche). Più facile invece individuare i due passaggi più indecorosi: Sorry For Now (rischia di far rivalutare la collabora tra i Chainsmokers e i Coldplay) e il singolo Heavy, un incrocio tra elettropop da Eurovision e melodie Disney appesantito dal featuring vocale di Kiiara, che – come avevamo già avuto modo di intuire – senza l’aiuto del giusto produttore rischia di fare danni.

Ancora peggio dei Korn versione brostep o degli ultimi Incubus prodotti da Skrillex: operazione svecchiamento/ripartenza completamente fallimentare.

29 maggio 2017
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