• giu
    02
    2014

Album

Garrincha Dischi

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A due anni dall’esordio Turisti della democrazia, che tra entusiasti e detrattori si guadagnò una visibilità piuttosto consistente, ecco arrivare l’atteso sophomore de Lo stato sociale. Sulla carta questo L’Italia peggiore potrebbe fare anche meglio, almeno sul versante dell’airplay, rilanciando difatti la capacità della band bolognese di azzeccare situazioni intriganti a pronta presa. La formula è la stessa, sloganistica, arguta/acuta, servita su basi pop variegate, si tratti ora d’un post-punk elettrizzato e sintetico, ora di reggae/ska plastificato o ancora di electro-dance grossolana colta al crocicchio di sparsi azzardi hip-hop.

Questa esuberanza stilistica sembra mirare proprio all’indistinto musicale, come se l’aspetto sonoro della faccenda non fosse che il reagente del principio attivo rappresentato dai testi, ai quali spetta il compito di fustigare usi e costumi (anche e soprattutto mentali) di un (bel)Paese in balia della turbo-modernità. In un certo senso è l’altra faccia della medaglia Vasco Brondi o una declinazione meno adrenalinica de I Cani, rispetto ai quali la differenza principale è che l’epos resta sullo sfondo, residuo fisso di un processo sì cannibalisticamente emo(tivo) però vieppiù satirico, quando non soltanto umoristico e comunque quasi sempre divertente.

Pur ammettendo che questo ambito possa rappresentare un limite fisiologico, va detto che ai ragazzi non manca il talento: si ascolti C’eravamo tanto sbagliati, sorta di Cosa sarà 2.0 corroborata da sdegno sfanculante Zen Circus, oppure quella La rivoluzione non passerà in TV che dietro la parafrasi dell’immarcescibile assunto di Gil Scott-Heron cela una mitragliatrice di sentenze adesive (“l’inferno è il paradiso prima che venga la gente“), mentre Io, te e Carlo Marx azzecca l’equilibrio ideale tra leggerezza strutturale e risvolto amaro (“lui muore schiacciato dalle lamiere e non puoi farci niente/ forse è per questo che continui a cantare o a fare il deficiente“). In Questo è un grande Paese poi il metodo viene spinto al limite, coinvolgendo la strana accoppiata PiottaMax Collini per un cortocircuito tra coatto paraculo e sarcasmo disarmante che surfa sulla spuma del trash, per inoculare lucidità neuronale all’auditorio: missione sostanzialmente compiuta, anche al netto del retrogusto di paraculaggine.

La svaccata però è sempre in agguato, basta poco per scivolare nel grossolano, vedi la latineria rock di In due è amore, in tre è una festa (come un Paolo Zanardi depotenziato Pieraccioni) o Instant Classic con le sue scenette anti-selfie snocciolate da Caterina Guzzanti (vago effetto da Elio e le Storie Tese androidi). Altrove – peggio – si scivola nell’insulso, come capita al reggaettino serafico di L’amore non è una cosa seria (dalle parti del radiofonico astuto/ricercato, roba che potrebbe cantare pure un’Arisa) ed al perculamento del romanticismo sgrammaticato vascorossista in Te per canzone scritto ho. Su questi binari il gioco perde efficacia, ha poca speranza di lasciare segni profondi e rischia di esaurire il potenziale nel giro di pochissimi ascolti. Non è un difetto da poco.

Se l’intenzione era insediarsi su una linea di confine che permettesse al quintetto di galleggiare a piacimento tra gravità pseudo-cantautorale e cazzonismo sferzante, tirate le somme non è andata benissimo. L’impressione è che manchi un po’ di consistenza del vissuto, un senso preciso di coinvolgimento, provenienza e appartenenza rispetto a ciò di cui si parla. C’è come una febbre di narrazione che soffoca l’incisività del narrato (vedi come Linea 30 fa ricalcomania Offlaga sterilizzando così il quid drammatico ), del resto ben noto effetto collaterale – con tendenza a cronicizzarsi – della logorrea blogger/social. In questo senso, val bene chiudere il cerchio su un modello di riferimento come Rino Gaetano, per rimarcarne però la distanza.

2 giugno 2014
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