Recensioni

7.5

A livello di state of mind, i 90s hanno celebrato i fasti e il declino della rave culture, come nei 00s la medesima epica è stata riservata all’arco evolutivo della dubstep, consumatosi in un lustro circa, dalle serate culto del FWD>> e della cricca DMZ alla seguente esplosione commerciale e mediatica. Il prodotto di quella è stata una scollatura importante all’interno di una scena che fino a quel punto ci eravamo abituati a vedere con le lenti di Simon Reynolds e il suo paradigmatico hardcore continuum.

Era il biennio 2007 /2008 quando Burial – con il fantasmatico dittico Burial e Untrue – e Zomby – con il breviario rave apocrifo Where Were You In ‘92? – entrano in gioco come schegge di una prismatica esplosione: la dubstep terminerà la propria corsa nei grandi club statunitensi, la scena – come di rito – ne prenderà le distanze rimettendosi in gioco, circondata da una internet culture in pieno fermento. Contemporaneamente, in un periodo di migrazioni da Londra a Berlino, Scuba partiva con la club night Sub:Stance al Berghain per promuovere bassi e battute spezzate trovandosi anche solo tre anni più tardi immerso in un clima differente, istituzionalizzato, fagocitato dai grandi filoni dance che avevano preceduto l’avvento della dubstep e continuato a dettar legge. In mezzo alle correnti, un altro accademico britannico piazzava interessanti chiavi interpretative che riguardavano anche una parte di queste musiche. Mark Fisher riprende Derrida e per “hauntologiche” intende quella trasversale frangia di personaggi nostalgici di un futuro perduto, ossessionati dall’evanescente residuo fisso di un passato non appiattito sul presente continuo. A cavallo del decennio, James Blake canta come se fosse spirato proprio a una club night targata Sub:Stance ma il continuum è salvo, o almeno così romanticamente pensavamo. Del resto, almeno fino a quel punto, nessuno aveva messo il punto all’altro capo delle musiche sbocciate nel 1992, le stesse sulle quali era tornato Zomby, con la stessa forza con la quale si proclamava l’ennesima morte del rock.

Lo scollamento a quel punto aveva l’aspetto non di una death of rave ma di un eccitante brodo primordiale, lo stesso che aveva dato vita a ogni significativo nodo del continuum, l’interregno tra un nuovo genere e l’altro. Come quella per il messia ebraico, per qualche anno, l’attesa è stata paziente con nuovi tronconi stilistici ad affacciarsi apparentemente con la stessa mentalità dei bei vecchi tempi. UK funky, purple sound, e tra le correnti, via Soundcloud, alle periferie d’Inghilterra anche una fitta schiera di giovani producer in fissa per il primissimo Wiley (l’eski beat) e per una variante nipponica del grime (il sinogrime). Il sinogrime minimix del 2005 di Kode9 diventa vangelo e questo fascino per lo spartano analogico, che tanto piace anche ai follower del footwork, stagliato sull’asettica pulizia orientalista per la melodia, ben s’adattano a una realtà profondamente differente da quella dei 90s, dettata da device e silicio, schermi piatti, social network, big data, videogiochi iperreali e climate change. Grazie alla stessa tecnologia, e parallelamente allo sviluppo del sound design per l’Home Entertaintment, queste musiche vengono prodotte con il necessario scarto in termini di fedeltà, risoluzione, spazialità dei bassi e del suono in sé. Lo scollamento si fa evidente: dal producing si passa a un modo di pensare la musica come artisti concettuali, sound designer. Il critico musicale Adam Harper, sempre del giro accademico legato alla Goldsmiths, inizia a diffondere il verbo dell’HD e dentro ci mette personaggi anche piuttosto differenti tra loro, accomunati da una comune sensibilità oltre che da nuovi software, patch e pad. Le nuove musiche, sia a livello ideativo che sonoro, raccontano di un mondo completamente differente da quello che veniva percepito e immaginato nei 90s in cui economia, lavoro e l’intera filiera economica legata alle produzioni dance godevano di aspetto e capitali completamente differenti. Al netto della rete, allora non c’era nulla di paragonabile alla depressione economica post 2008 né all’incubo di aver fottuto il pianeta a un livello irreparabile. Nel frattempo, la metà dei club che funzionavano da incubatori e collanti della dance culture chiudono uno dopo l’altro, complici varie congiunture tra cui il fenomeno della gentrificazione. Berlino cambia ma rimane comunque punto di riferimento. Londra è in sofferenza ma resiste.

E qui entra in gioco Cold Mission, debutto sulla lunga distanza di Logos, che piove come un meteorite venuto dallo spazio nell’anno 2013, lo stesso in cui Scuba chiude il Sub:Stance. È un paradigmatico momento di passaggio: quel lavoro segna il passo negli anni ’10 proprio come Untrue lo aveva fatto per il decennio precedente. Burial con i crepitii e calpestii hauntologici e Logos con i suoi stantuffi e laminati a incastro iniettano sfaccettature differenti di darkside, grime e techno, rievocandole da un’altra dimensione, quella in cui si è consumata l’epopea rave. Il defunto raver è finito da un lacrimevole paradiso a un traslucido purgatorio, se non in una eterna virtuale dannazione à la Black Mirror. Per raccontarne le gesta, cruciale è diventata la gestione cosmica dello spazio sul beat, lo slow burning prevede che figura e sfondo vengano profondamente ricalibrati. L’analogico è ripensato con le lenti di un digitale/virtuale/virtualizzato diventato condizione esistenziale, interfaccia sine qua non. Alla fine dei 00s, Burial prende i calchi di jungle, garage e grime piazzandoli su un nastro onirico, plastico, urbano. La fiamma brucia in eterno. Un lustro più tardi, Logos cattura da quelli particelle siderali ricombinandole in un asettico laboratorio tech-step à la Westworld, immaginando una natura riprodotta tramite CGI e popolata da forme sinistre e aliene. La foresta dei fuochi fatui. In pratica la Cold Mission consiste nell’assassinio dell’Archangel buraliano – quello che sognava un passato di futuri immaginabili e possibili – con la narrazione a partire anni più tardi, in una timeline che è già oggi dominata da solitudine, weirdness diffusa, ologrammi tremolanti in cui l’uomo è trattato alla stregua di una folata radioattiva, di una macchina che ha smesso di funzionare. È uno spazio in cui l’angoscia s’è fatta calma piatta, l’alienazione e l’ansia sono diventate condizioni di un’esistenza imperturbabile.

Sei anni dopo il paradigmatico debutto, Logos, come Burial prima di lui, è rimasto relativamente nell’ombra. Rarissimi selfie e social media utilizzati unicamente per lavoro, ovvero promuovere la club night Boxed organizzata assieme a Slackk, Mr. Mitch e Oil Gang per sostenere la carbonara ondata di outsider grime che assieme al giro Keysound di Blackdown, Dusk e co. rappresenta la continuum resistance. Ha inoltre continuato a collaborare con Mumdance fondando con lui Weightless, etichetta e programmatico sound che ha preso, giocoforza, idee e fascinazioni dalla sua ambient e dal ruvido parco ritmico dell’amico, che nel frattempo si è fatto un nome suonando in giro per il mondo e stringendo una buona rete di contatti – da Dj Stingray a Caterina Barbieri per dire – anche grazie a un’intensa attività radiofonica su Rinse.fm, all’interno della quale i due si danno ogni tanto la staffetta.

Scritto tra il 2015 e il 2018, Imperial Flood esce in coda a questo decennio chiudendolo idealmente e completando quanto seminato nel primo capitolo e dal giro della Night Slugs, Visionist e co. Producer jungle come Digital e Spirit sono ancora fonti d’ispirazione così come la letteratura speculativa di Ballard, VanderMeer e co. aggiungono sfumature e parallassi noir, dark, horror, thrilling, cyber e tech. Il contatto con il club avviene ancora una volta in un pezzo condiviso con MumdanceZoned In – e questa volta quella che va in scena è drum’n’bass cyber-electro(nica), non una false memory della gloriosa odissea jungle. Topografia ambientale e questa sorta di trance negativa rimangono assi portanti di un suono sfuggente, sinistro, (eco)sistemico nel disegnare confini e sfaccettature, dosando pressioni e vie di fuga. Logos parla di esplorazioni ambientali nell’Inghilterra orientale, alla ricerca di antiche mitologie, ma all’inizio immerge l’ascoltatore in una lugubre landa tra gracchi di uccelli e scrosci d’acqua (Omega Point). Tra Dark Echology e l’Excavation di Haxan Cloak ma con il cuore che ancora batte grime. In Lighthouse Dub c’è l’incursione inedita nel catalogo techno dub della Chain Reaction di Von Oswald e Mark Ernestus. La citazione è esplicita, come ectoplasmica risulta invece la ricollocazione di quelle fascinazioni in texture impressionistiche. Before The Flood e dunque Imperial Flood, ovvero ciò che è successo al mondo non molti decenni dopo il preludio mostrato in quel documentario. Ma anche il negativo di una Gran Bretagna abbandonata a se stessa. Il completamento di un dittico fondamentale che chiama a sé tutta una serie di discorsi e dibattiti filosofici (HD e dark echology), e tutta un’altra di prettamente musicologici (il continuum che s’interrompe eppure resiste, la morte del rave e il rave dei non-morti).

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