Scuba (UK)

Biografia

Levitation & Claustrophobia

Originario di Londra e figlio di una famiglia di psicologi freudiani (la sorella più piccola è videomaker e ha diretto per lui il videoclip di The Hope), Paul Rose in arte Scuba è, assieme a Pinch e alla sua Tectonic, Pearson Sound e Hessle Audio, Shackleton e Skull Disco e pochi altri, uno dei fondamentali outsider della musica elettronica legata al ballo (e non) dall’inizio degli anni zero fino ad almeno i primi 10s. La sua personale visione dell’half step durante il primo periodo discografico, l’attività di label manager e scouting con l’etichetta Hotflush (realtà che è stata da subito ben più di un output di produzioni dubstep, vedi Mount Kimbie e tutto il cosiddetto post-dubstep), l’ottima direzione artistica dell’ora defunto sub:stance (una delle serate che hanno sdoganato il genere a Berlino dal 2008 al 2013), nonché l’attenzione per il formato album (ascolto in cuffia, non-dancefloor, non certo comune nel settore), i suoi tocchi produttivi (stratificazioni di field recording, delay e vertiginosi riverberi) e, non ultima, la lungimiranza nel cavalcare le più eccitanti convergenze techno e house e rispettivi risvolti da big room (vedi Adrenalin e Hope), fanno di lui una delle figure più emblematiche della sua generazione, oltre che un segno dei tempi per quanto riguarda l’avvicendamento tra l’attività di producer e quella di dj (vedi anche Nicolas Jaar).

FWD>> stories

Ancor prima di inaugurare l’etichetta e i suoi numerosi alias, dell’attività musicale di Rose sono rintracciabili alcuni segnali fin dagli anni ’90. Nel turbolento decennio del Brit Pop e dei rave illegali, l’allora studente londinese frequenta alcuni dei templi della trance come il Fridge di Brixton dove, a metà anni Novanta, si tenevano le serate Return to the Source e Escape From Samsara. Nel 1995, nel pieno del mash up tra rock e dance, assiste ai concerti di Prodigy e Orbital a Glastonbury e, mentre frequenta il college, quando il genere sta riconquistando i favori delle grandi piste da ballo, compone i primi pezzi trance con un’interfaccia midi cercando di replicare a casa la magia emozionale delle infinite rave night attorno al globo. Nella sua vita, come accadrà anche in futuro, nessuna predestinazione: all’incirca nel 1997, stanco della scena dance, cambia abito e attitudini e diventa un indie kid con tutti gli annessi e connessi del caso.

«Sono stato preso in giro per essere diventato un indie kid dopo una stagione da raver. Passando dall’indossare pantaloni scozzesi [tartan trousers] e Reebok all’eyeliner e i jeans stretti, entrambe le fazioni mi hanno odiato a morte» (Paul rose, Mixmag)

Nascono dunque i Violet in cui milita, all’epoca come bassista, anche Johnny Borrell (poi frontman dei Razorlight), band che si scioglie rovinosamente sul più bello proprio durante un concerto al Dublin Castle di Camden. Interrotto il sogno indie a una di quelle fatidiche serate in cui la formazione avrebbe potuto farsi notare dai talent scout discografici presenti, un amareggiato Rose sceglie Bristol come città dove continuare gli studi. Frequenta un corso di studi di Storia all’Università e presto per lui arriverà, immancabile, una nuova chiamata.

Ideata e organizzata da Rose, Hotflush, ancor prima di diventare una delle seminali etichette del dubstep, è una popolare drum’n’bass night nel tessuto dei nightclub cittadino. Nonostante gli impegni notturni, il giovane non ancora producer riesce a laurearsi con un buon punteggio (un 2.1 degree per la precisione) seppur con testa ed energie rivolte alla musica (sempre a Mixmag racconterà di non essersi per niente impegnato per ottenere il diploma). A cavallo del nuovo decennio, le cose cambiano ancora forma e come ogni ondata musicale, anche i rullanti della d’n’b perdono forza e mordente. Rose torna a guardare a Londra ed analogamente al giovane Rob Ellis (Pinch), anche lui hardcore fan di serate jungle e drum’n’bass, rimane stregato dal melting pot sonico che si sta animando attorno ad una serata dell’East London attivata a partire dal 2001.

Organizzata da Ammunition Promotions, la club night FWD>> rappresenta per Rose, Ellis e per gli stessi dj che qui si esibiscono come Ramadanman (poi Pearson Sound), Mala, Coki, Hatcha, DJ Zinc, Skream, Kode 9, Benga, Jammer, Wiley, Skepta e altri ancora, un «incubatore di idee» e nondimeno una family, una fucina sonica fondata su un mix di talento e amicizie condivise. L’esatto opposto dei posh party dell’allora dominante circuito Uk garage, l’humus sottoculturale ideale per dar corpo a nuovi generi come dubstep e grime, dunque ai fermenti creativi che avrebbero marchiato l’intero decennio.

Riportando garage e 2 step nell’underground e sperimentando nuovi ibridi musicali (dark garage, half step e altro ancora), i ragazzi del FWD>> danno un impulso decisivo alle prime produzioni della Hotflush recording capitanata da Rose, che esattamente come la club night, e la mentalità più autentica dell’hardcore continuum che la presiede, presuppone fin dall’inizio un continuo scouting di nuove energie e talenti per portare la musica forward appunto. La lezione di Bristol, e la sua cultura basata sui soundsystem, non è stata dimenticata e avrà anch’essa una parte importante nel processo di fusione e infusione di nuovi soundscape e ritmi, soprattutto dalla metà del decennio in avanti. Non a caso i due album antologici dell’etichetta pubblicati tra il 2014 e il 2015 s’intitoleranno The Formation Years (2003-2006) e Dub Pressure (2005-2008).

Hotflush

Hotflush apre i battenti nel 2003 con il 12” di Spectr Red Hot / Motion, dove Spectr altri non è che Paul Rose qui alle prese sia con riduzionisimi UK garage che lasciano entrare spruzzate di future funky e contrappunti bass (Red Hot), sia con strutture più compatte con drop di wobble su contrappunti dancehall (Motion). Nei primi tre anni la label assolda Dj Distance, Search & Destroy, Qualifide, Slaughter Mob, con il primo, nel 2004, ad assestare uno dei primi colpacci del nascente genere con il 12” Nomad il cui pezzo omonimo è un half step per campionamenti di sitar e un incedere di un lento, scurissimo, micidiale basso. Fin dall’inizio però la label non si focalizza soltanto su uno stile o sottogenere: il lato A di Candyfloss / Anger di Search & Destroy, ad esempio, contrappuntata di spugnosi bassi, ariosi apreggi, ritmi 2 step e vocalizzi house, come Just Being Fooled di Qualifide affonda le mani nel 4/4, nel pop e nei broken beat.

L’alias Scuba entra in gioco nel 2005 con il 12” Timba / Sleepa, un primo esempio del taglio particolare di Rose sull’half step, tutto in sottrazione. In Timba una squeeky melody appena abbozzata, un basso arrancato e un’essenziale linea cinematica si fanno strada in un percorso di beat sparsi; Sleepa invece sviluppa di più la trama su una panoramica di sinistra sci-fi e ritmi che si fanno più tribali. Le stesse dinamiche ritornano, nel 2006, nel 12” Words / Thank U, che non ha caso ha lo stesso prefisso di catalogo – SCUBA -, un EP che scava nella medesima, trattenuta, direzione tra abbozzi melodici e sempre più secchi e decisi rintocchi di drum machine. Diverso invece il discorso per i 12”  Twista / Plate e Harpoon / Dream, che aprono sia a influenze soundsystem e dub in scia alla scuola DMZ (Harpoon, Plate), sia al crossover (Twista prende in prestito un massiccio riff di chitarra contrappuntandolo con effetti dancehall), sia alla melodia di stampo IDM-Planet Mu (Dream).

Berlin

Tempo di iniziare a mettere i dischi al Fabric, di fatto sua seconda casa nei primi in quanto  fondamentale fucina di nuove idee musicali, con la scena in piena espansione/esplosione mediatica tutt’attorno, Paul Rose lascia Londra; ad annoiarlo è proprio l’elevato numero di riflettori puntati sulla città e in particolare sul dubstep, etichetta dilagata – anche grazie al caso discografico di Burial – ben oltre i confini degli appassionati di elettronica. Grazie all’amicizia con Rob Robotic e Jamie Teasdale (Jamie Vex’d), con quest’ultimo a trasferirsi in città giusto l’anno precedente, il producer decide di trasferirsi a Berlino col progetto di rimanerci giusto un paio d’anni.

«Mi stavo annoiando. Avevo giusto iniziato a vivere con i guadagni della mia attività musicale e non mi piaceva il fatto di venir inserito nel calderone dubstep di Londra. Era il 2007 e il fermento attorno alla scena stava iniziando a farsi sentire in tutto il Regno. Volevo andarmene da Londra e nessun posto in Gran Bretagna avrebbe funzionato. Quando vieni da Londra non vorresti andare in nessun’altra città. Berlino è sembrata la scelta più ovvia. Buona musica e buoni club, il basso costo della vita» (da un’intervista concessa a Freundevonfreunden)

Una volta presa casa a Berlino Rose si mette in moto e con il booking agent di Surefire Paul Fowler che, tra gli altri, è anche l’agente di Teasdale (ed anche lui è da poco arrivato in città) inizia a pianificare una serata per promuovere il dubstep nella capitale della techno europea. La serata si chiamerà Sub:Stance e verrà attivata qualche mese dopo. In breve tempo, contro ogni più rosea aspettativa, diventerà un must per i clubber tedeschi circondandosi di un’aura mitica.

Nel frattempo, Scuba, discograficamente parlando, ha attivato la sub-label dal gusto tech-step Abucs (per la quale escono suoi 12” come Aqualung / Nomad (Scuba Remix) e Outmost / Beta, ma anche di altri producer Hotflush della prima ora come Boxcutter) e stretto contatti con la drum’n’bass label Offshore Recordings con la quale attiva la nuova etichetta Hotshore (qui usciranno tra il 2007 e il 2010 una manciata di pubblicazioni compreso un remix di Tense da parte di dBridge).

Il 2008 è invece l’anno che segna l’esordio sulla lunga distanza. A Mutual Antipathy per Rose è una reazione allo “sputtanamento” del dubstep in Gran Bretagna (che attecchirà negli USA come brostep dando vita alle carriere di Skrillex e co.), dunque un album pensato come tale che, al contrario delle scure produzioni dominanti della scena, è un colorato esempio (non lontano dalle produzioni di Martyn dello stesso periodo) di ambient-step fin dall’iniziale Systematic Decline, che richiama più certi Orbital e l’IDM di casa Planet Mu che non Skream o Benga, vero antesignano dei bordoni che stanno arrivano da oltreoceano. In tracklist, inoltre, dettagli in field recording (Stolen), richiami al dub, alla cultura soundsystem e a certe umbratilità pop (anche al piano, Tell Her), una buona palette di riferimenti che trova ampi riscontri presso la critica specializzata e buoni remix da parte del citato Martyn (The Upside), dell’amico Jamie Vex’d (Twitch) e di Surgeon (Surgeon).

Nel frattempo, il successo di Rose cresce e l’agenda come dj s’infittisce. Il Panorama Bar diventa la sua sala da concerto preferita e inizia a girare il mondo. Mixa principalmente con CD e USB in solo e in back to back. La sua prima esperienza in questo senso è con John Osborn, amico e residente a Berlino con il quale è impegnato anche nell’organizzazione del sub:stance.

Triangulation -> Dubstep, (dub)techno, ambient

L’anno successivo segna un periodo di commistioni tra dubstep e la techno dub dei Basic Channel, un campo nel quale si era già misurato Martyn e, in generale, un terreno fertile per molti producer della scena in progressivo avvicinamento alle strutture di techno ma anche house. Scuba prova queste e altre nuove soluzioni anche in 4/4 nell’EP Aesaunic del 2009 (disco che fa anche ampio uso di field recording) e nel 12” Klinik / Hundreds And Thousands. Contemporaneamente Hotflush apre gli orizzonti e mette sotto contratto i Mount Kimbie, duo che nell’EP Maybes si muove tra ambient, indie e pop grazie a un originale collage sonico che in futuro troverà l’interesse di Warp Records e si coagulerà attorno alla – mal posta – etichetta post-dubstep.

Il 2010 sigla la pubblicazione dell’album più amato e di maggior successo, Triangulation. Nel disco, il producer applica l’esperienza accumulata per un rotondo mix tra dubstep e techno iniettando discrete dosi di ambient, field recording e dub. In Latch si torna a masticare ritmiche 2 step tra aperture cinematiche e tocchi produttivi Basic Channel come balearic, mentre da altre parti il peculiare half step di Scuba incontra voci di dive house (Three Sided Shape), spirali dub (Minerals), UK Funky (On Deck), pop (Before) e altro ancora, facendo del disco una pietra angolare delle mutazioni di un dubstep da cui l’intero comparto dei prime mover sta prendendo le distanze anche in modo radicale. Non a caso, Triangulation anche per Scuba rappresenta l’ultimo avamposto creativo in questo senso.

Sempre del 2010 gli EP You Got Me (I Got You) / Before (After) (che contiene due alt take di tracce presenti nell’album), Eclipse su Abucs (con retro Tense nel remix di Ramadanman) e vari 12” contenenti remix, tra cui segnaliamo Tracers (Deadbeat Remix) / On Deck (Falty DL Remix), oltre a un paio di produzioni (Hard Boiled VIP e 20_4 ) che inaugurano un nuovo alias techno, SCB, e un’omonima etichetta.

Per ascoltare qualcosa di veramente nuovo sotto la ragione sociale di Scuba occorrerà attendere l’anno successivo con Adrenalin, EP la cui title track era già stata proposta nel Dj Kicks, e dunque un lavoro che, via SCB, vede Rose proporre anche qui le sue prime tracce dritte, tra influenze egualmente divise tra house, techno ed electro con un retrogusto balearic e una roland 808 a scandire le linee di basso. Non solo, Rose è attento anche a tutto ciò che si sta muovendo sul lato nu mutant / ghetto / disco e tracce come Never e Everywhere sono emblematiche dei suoi interessi newyorchesi.

2012 House nostalgia and Big Room

Sempre nel 2011 escono due importanti compilation/mix cd: il primo fa parte della popolare serie Dj Kicks (dove Scuba mixa una serie di suoi pupilli Hotflush come Sigha, George Fitzgerald e Recondite a mastermind della scena UK – dBridge, Peverelist, Boddika e Surgeon – e altre chicche con un taglio prevalentemente techno, ma anche house e bass) e Jungle Rinse Out 1993-2001 (cd allegato alle prime copie del DJ Kicks stesso) evidenzia sia la continuità del producer rispetto alle sue origini, sia il fatto che la jungle è viva e pulsante e viene regolarmente suonata anche nelle notti sub:stance. Per Scuba è un anno propedeutico a una metamorfosi che troverà compimento nel 2012, l’anno non solo di Personality ma anche di una serie di singoli che verranno poi inclusi nel The best of Update.

A partire da The Hope (presente anche come singolo con bonus track) lo Scuba di Personality è un producer rimasto stregato dal fascino e dalle sonorità di club come lo Space di Ibiza, che abbraccia con professionalità e passione nonché notevoli capacità produttive ed esperienza le big room dei club europei e internazionali senza perdere di vista la dimensione dell’album (e quindi dell’ascolto in cuffia). Dirà più avanti di esser passato dai venerdì ai sabato, per sottolineare l’ideale passaggio di consegne, ovvero dal frequentare e suonare nelle sale in cui veniva programmata la drum’n’bass e la techno a quelle ben più capienti in cui si suona house e techno. In tracklist troviamo sia le nostalgie chicagoane tipiche del 2012 (i cut and paste di qualche diva perduta, le pianole ecc.), sia un incalzante lato techno (The Hope) ed electro (Action) dai chiari riferimenti sull’asse Detroit-Berlino-Düsseldorf (dai Kraftwerk alle cyber evoluzioni), senza farsi mancare un ricco parterre di finezze produttive (electro dalle molteplici implicazioni, retrogusti jungle) ed aperture panoramiche.

Scuba si troverà parecchie volte a ribadire nelle interviste quanto lo zoccolo duro dei suoi fan preferisca da allora il precedente Triangulation a Personality, de facto il suo primo album “post-dubstep”, ma per il producer si tratta di una vecchia questione: mentre una certa frangia di pubblico rimane affezionata ad una sua particolare fase produttiva, le susseguenti mutazioni trovano nuove e più vaste platee di ascoltatori provenienti da diversi tipi di estrazione e ascolti musicali. Di fatto lo Scuba di due anni più tardi, quello degli EP numerati Phenix, è già su un piano differente rispetto a singoli coevi come il fortunato Hardboy o Talk Torque, mentre per l’output house di Rose è stato attivato un nuovo alias, ESS, ed anche qui un omonima label che, tra il 2013 e il 2014, dà alle stampe quattro 12” numerati, ESS001, ESS002ESS003 e ESS004. Sempre del 2013 è la comparsata nell’album di Will Soul sotto l’alias di Close (il brano è Beam Me Up con il feat di Charlene Soraia).

The end of sub:stance

Tanta è la distanza rispetto al ceppo dubstep dal quale è partita la sua avventura discografica e produttiva che, nell’estate del 2013, giunge il momento di chiudere, dopo cinque anni di onorata attività, il sub:stance. In un’intervista concessa a SA, Rose racconta che la club night si è spostata troppo dagli obiettivi iniziali e pertanto una fine era necessaria oltre che fisiologica.

«La parte deep del dubstep che è stata pesantemente influenzata dalla techno è stata un’avventura piuttosto breve; molti dei produttori chiave al tempo pensarono che sarebbe stato più sensato fare house o techno e in questo contesto sostanzialmente mi sono mosso anch’io… …D’altra parte il concept del sub:stance voleva rappresentare una certa parte dello UK sound e quest’ultimo si è spostato, già al tempo, verso una direzione house, a partire dallo UK Funky che stava già accadendo nel 2008».

Per celebrare l’ultimo party, il producer organizza una serata in grande stile al Berghain e congiuntamente al Panorama Bar, con Appleblim, George FitzGerald, Headhunter, John Osborn, Marcus Intalex, Martyn, ND Baumecker, Dillinja, Paul Spymania, Peverelist, Roska, Scuba, Shackleton, Trevino, Will Saul e Wookie. A compendio, segue a stretto giro una compilation, pubblicata il 22 luglio, in doppio vinile, SUB:STANCE / 072008 072013 con protagonisti, tra gli altri, Addison Groove, Appleblim, Trevino oltre allo stesso Rose presente sia con l’alias principale che con quello di SCB.

Il 2014, per Rose è l’anno delle citate produzioni ESS ma, soprattutto, di una nuova fase produttiva con la trilogia di EP Phenix. Un trittico che vede Scuba tornare, in un certo senso, alla colorata costellazione di texture sonore dei suoi migliori lavori e non solo. All’interno del nuovo corpus di pubblicazioni troviamo un’ampia varietà di emozioni, dal romanticismo (Time Rentless Time ricorda un po’ Bat For Lashes) alla malinconia (Throb è il corrispettivo adulto della radiosa idm di A Mutual Antipathy), dall’euforia (Phenix 2, con mood à la Personality) alla claustrofobia (la tunnel vision à la Plastikman di Solitary Confinement), sentimenti fusi in una materia elettronica dal cuore (e mentalità) techno che scorre libera tra field recording, Roland, house e generose aperture cinematiche.

Claustrophobia

Quelle produzioni così emozionali non sono casuali: il 2014 coincide anche con una seria malattia per il producer che lo costringe a rimanere fermo per alcuni mesi tra la primavera e l’estate. La sua prima avventura, una volta tornato in forze, si svolge a settembre al festival techno giapponese Labyrinth, un breve periodo che risulterà fondamentale per ideare e sviluppare il nuovo lavoro.

«Ho avuto seri problemi di salute, all’inizio attorno al WMC (quando sono stato costretto a cancellare un po’ di cose e volare a casa in anticipo), poi durante l’estate (dove mi sono perso tutto luglio e agosto) e infine durante l’autunno quando sono stato costretto a ridurre l’attività al minimo per facilitare il pieno recupero. Non è la stessa cosa quando stai male ma tutto questo periodo mi ha permesso di pensare e riflettere su alcune cose, tempo che non ho mai avuto negli ultimi quatto o cinque anni. Prendersi una pausa è salutare, se ci pensi a posteriori; in generale è stato un periodo orribile» (da un’intervista concessa a RA durante la promozione di Claustrophobia, marzo 2015)

Non sorprende dunque che il nuovo lavoro, anche soltanto scorrendo la scelta dei titoli delle tracce presenti in scaletta, sia legato a doppia mandata al lungo periodo di malattia. Lo Scuba di Claustrophobia è un producer in controluce rispetto a quello di Personality (notiamo in sede di recensione) ma, come tutti i lavori lunghi di Rose, è un disco complesso che si presta a molteplici osservazioni. In un certo senso, rappresenta un’evoluzione del progetto SCB (il cui album previsto per il 2014 non ha più visto la luce), d’altro canto qui sono presenti i suoi trucchi produttivi più rappresentativi (l’accurato lavoro sulle texture sonore, la gestione dello spazio con echi e riverberi, i vuoti aspirati e le stratificazioni di field recording), soltanto aggiornati secondo le coordinate di una progettualità live techno sulla falsariga di Moritz Von Oswald Trio e Plastikman (Why You Feel So Low, Black On Blak, Television). Non mancano neppure i richiami alle texture del primo album, A Mutual Antipathy. Per la prima volta, Scuba non fa un passo in avanti ma uno di lato, ne approfitta per immergersi catarticamente nella techno ma anche per esplorare la propria vulnerabilità.

L’anno successivo – siamo al 2016 – a Scuba viene affidato il compito di curare il 90° volume della fortunata serie del Fabric. L’album, che rappresenta l’unica uscita discografica sotto questo alias dell’anno, vede la luce a ottobre, giusto un mese dopo lo stop forzato imposto al locale dalle autorità. Il mix è eclettico e polarizzato techno con una scaletta piuttosto affollata e una tecnica di mixing altrettanto originale, che prevede interventi da studio piuttosto che il classico set con piatti/deck e mixer. Presente con soltanto un suo pezzo (l’inedito Protean), Rose passa dalla cosmica di Patrick Cowley (sanfranciscoano pioniere della dance music contemporanea alla fine degli anni ’70) alla tech-house intinta nel dub del duo londinese Dense & Pika (anche suoi affiliati su Hotflush), a numeri più electro (vedi il reshape di Mike Servito del pezzo di Justin Cudmore); propone inoltre un ottimo mix di Donato Dozzy in combutta con Exercise One (People Of Paprika), affonda fendenti noisey di marca Ben Klock e ripropone le iconiche Demented Drums di Carl Craig. C’è spazio anche per Pearson Sound, Taylor Deupree, Surgeon & James Ruskin, Tessela, Stenny, Midland e tanti altri ancora, in uno dei mix tra i più generosi della popolare serie, un viaggio tra tensioni e rilasci, tra lievitazione e claustrofobia, che arriva pian piano a consumarsi su se stesso e a perdere giri, costantemente. E’ la sintesi di un percorso fin qui intrapreso all’interno dei suoi più essenziali elementi catalizzatori. Un lavoraccio, a dirla con Rose, che ha dovuto fare tutto a mano, regolando minuziosamente da interfaccia software quello che, altrimenti, avrebbe dovuto fare con il pitch fader del Technics («Altra cosa che volevo fare nel mix era quella di mantenere il bpm costante e cambiare i mood in modo repentino, come se ci creasse l’illusione che fossero i bpm a cambiare, quando loro rimanevano esattamente quelli»).

«Ero un frequentatore regolare del Fabric. Ci andavo da clubber puro. Ero lì fisso dal ’99 e l’ho frequentato fino a quando sono partito per Berlino, circa nel 2007. Che è poi l’anno in cui ho iniziato a suonarci come dj. All’inizio ci andavo principalmente per le serate drum’n’bass. Da quando ha aperto era il posto giusto dove dovevi stare, sai com’è…» (Scuba, Pitchfork, 2016)

SCB -> Below The Line

«Come molti in questo periodo ho speso molto tempo nell’analizzare i differenti scenari che ci attendono nel giro dei prossimi venti o trent’anni. Molti dei quali sembrano puntare ad una catastrofica conclusione sia per la società che l’ambiente in cui viviamo in un modo che anche solo poco tempo fa era impensabile (Paul Rose nella nota stampa di Below The Line)

Arrivati a questo punto, ciò che i fan di Paul Rose non si aspettano è che il marchio Scuba venga – momentaneamente? – messo a risposo. Il producer riprende in mano l’alias techno, SCB, e questa volta fa dannatamente sul serio. Attraverso le più appartate vesti, e ricollocatosi a Londra (un segno dei tempi?), il producer immagina una trilogia di EP dal taglio fiction/distopico/sci-fi che finalmente (vedi la nostra sopracitata intervista) porterà ad un a lungo anelato album sulla lunga distanza. Di differente rispetto al passato c’è questo lasco concept ad unirli, che copre tematiche affatto nuove all’interno della comunità elettronica, in particolare berlinese, dove nel frattempo si sono trasferite nuove leve come M.E.S.H. e Objekt. Rose cerca di immaginare il catastrofico futuro che attende una società dopo un disastro climatico e dipinge i contorni di un mondo dove cibernetica, populismi (con il loro portato di amoralità politica) ed evil corporation dominano incontrastati. Tradotto in un metodo di lavoro, a sua detta, qualcosa di «piuttosto differente rispetto quanto fatto in passato».

Il primo lavoro ad uscire è Below The Line (2017), quattro tracce per 24 minuti che sembrano non voler altro che rispondere a una rinnovata urgenza compositiva a partire da synth modulari (e non), drum machine e un generale approccio hardware based su cui Rose aveva già messo le mani su Claustrophobia. Rispetto alle dichiarazioni che lascerebbero intendere una nuova via in alta definizione per il suo sound (vedi i vari Arca, Holly Herndon, fino ai producer a lui più vicini come Lee Gamble e a tutti coloro che come Lorenzo Senni hanno fatto un uso estensivo dei software di sintesi sonora come Max/MSP e SuperCollider), la strada scelta da SCB, coerentemente anche con le precedenti produzioni a inizio 10s, è più vicina, anzi, parallela, rispetto a gente come Daniel Avery, ovvero un suono intimamente techno, lineare e scarnificato, decisamente ancorato al club ma non ingabbiato nelle logiche più strettamente berghainiane: l’approccio prediletto è teso ma esplorativo, i field recording basici ed essenziali, il collegamento con l’old school (e la lezione techno dub) immediato, eppure, gli apreggiatori tornati in auge per un’ampia schiera di produttori (l’elettronica ’70 di The Cut), le fascinazioni wave del decennio successivo (echi di Depeche Mode in Confidence Tick) e soprattutto una rilanciata idea di IDM (Opposition Division) ne fanno una intelligente ripresa dello spirito che nei 90s animò gente come Autechre, Orbital e Plaid ma anche dello stesso Rose degli esordi (vedi l’album d’esordio).

Segue, sempre nel 2017 (dicembre), Old Media New Society, che presenta altre quattro sfaccettature di questa nuova esplorazione musicale bladerunnerianamente incastrata in un mix di segni e tecnologie passate e future, mentre un terzo Engineered Morality (marzo 2018) si occupa di indagare le filiazioni più cibernetiche di tutto ciò, con gli annessi effetti sulla futuristica società immaginata. In queste ultime due prove il sound si è fatto ancor più organico (vedi Test Tubes) e anche più buio e ballardiano (Freedom For The Fifty o la cinematografica e ambientale Intelligence Fetish), ma il messaggio, seppur scarnificato, è rimasto il medesimo, attraversato com’è da questa magmatica e basale energia cinetica. È da questo fosco portale, tra fiction e distopia, che Rose vuol predisporci alla sua nuova prova sulla lunga distanza, la quinta considerando i lavori a nome Scuba. Caibu – il cui titolo accarezza tesi transumaniste riferendosi all’aumento delle capacità cognitive in seguito a un immaginario trapianto di cervello – esce in aprile con una selezione mirata delle tracce pubblicate nei tre sopracitati EP ripensati in ottica album: Five Degrees, Opposition Division, The Cut vengono estratti e leggermente riarrangiati dal primo dei tre, Below The Line, due a testa provengono da Old Media New Society (Laboratory Condition, Freedom For The Fifty) e Engineered Morality (Intelligence Fetish, Fishbowl). Il risultato è una techno celebrale che non rinuncia all’anthemica, al senso del groove e alle vorticose spirali dell’acid, ma è anche dark disco – come la chiama lui stesso – che si fa impassibile narrazione del catastrofico mondo preso in esame, dove il consenso è costruito a tavolino, dove ai corrotti è data la possibilità di rimanere impuniti.

L’esplorazione di questa timeline di pura fiction non fiction, che si interroga sull’evoluzione dei costumi sociali e dei rapporti di potere in un futuro prossimo venturo (che è già presente), non sono altro che un riadattamento sonico della letteratura sci-fi amata dalla generazione post-punk prima e da quella cyberpunk (Gibson, Sterling e Stephenson) divorata al tempo dei rave illegali poi. La traduzione che ne ha fatto Rose ha il pregio di non essere didascalica e citazionista, e di conservare il cuore della sua produzione e visione, un tocco che negli anni ha saputo far tesoro di una sapiente gestione del bpm e dello spazio sonico, della pressione sulle basse frequenze, dell’incastro immaginativo attraverso essenziali ricami sintetici. Il producer ricollocato a Londra non è più sotto i riflettori come lo era ai tempi di Triangulation, e del resto è anche trascorso quel periodo finestra in cui ogni sua mossa veniva scrupolosamente osservata come un’impronta privilegiata di un sound vivo e in eccitante trasformazione verso qualcosa che prima o poi sarebbe maturata in un nuovo importante step all’interno del continuum elettronico britannico. Quel che SCB, M.E.S.H e Call Super vogliono dimostrarci ora è che un ritorno allo spirito che a inizio 90s scatenò la creatività di gente Autechre ma anche degli Orb (ma non solo) possa essere un buon modo per ripartire daccapo per reimmaginare il futuro.

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