Recensioni

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Dalla UK funky a cavallo di decennio all’amicizia stretta con Scratcha DVA nel 2010, dagli endorsement di Murlo e Blackdown alla conduzione degli slot radiofonici che contano (Rinse.fm e NTS), la carriera di Lorenzo_bitw (il cui nome nasce da una gag radiofonica all’interno di uno slot Rinse condotto proprio da DVA) è nata sulle ceneri del dubstep ed è stata finora una prismatica piroetta al ritmo delle musiche elettroniche che più naturalmente hanno dialogato con l’equatore e (per chi volesse un paragone più fuorviante che appropriato) con il post-dubstep di Mount Kimbie e compagni. Dai sapori e dalle connessioni tra Africa, Sudafrica e Londra respirati ai tempi dell’eccitante cavallone poliritmico promosso dagli underground club, da Rinse e dalle sempre ricettive Hyperdub e Night Slugs (e parliamo del lustro che va dal 2008 al 2013, periodo che coincide con la sua trasferta Leeds), Lorenzo Calpini si è direzionato – facendolo proprio e plasmandolo – verso l’altro potente movimento globale che ha investito il mondo elettronico di questi anni, movimento che ha riscoperto e rilanciato la dancehall (via Lean On), rimpolpato il raggaeton e ridato nuova vita al kuduro (via Lisbona) e al dembow (via Giamaica), il tutto senza mai dimenticare l’origine del tutto, ovvero il Contiente Nero.

Ecco quindi che il suo primo album lungo, Love Junction, arriva oggi come un perfetto banco di prova per lanciare propriamente la carriera dell’artista, con un disco e il live set di supporto che si avvarrà dell’accompagnamento del musicista tradizionale di turno. Lorenzo sta provando con un batterista, magari con in testa i live di SBTRKT degli esordi. E queste del resto sono le regole del gioco imposte da un “sistema Paese” che non ha maturato una cultura dance, dove lanciarsi in una carriera à la Ben Ufo è difficilissimo (impossibile?). E non dimentichiamoci neppure che il “sistema dei festival” è qualcosa di internazionale e detta, a livello globale, medesime regole.

Sociologie a parte, in mezzo ai più famosi Lorenzo Senni, Daniele ManaAndrea Mangia, C. Crisci (Digi G’Alessio, Clap Clap) stiamo parlando dell’ennesimo bravo produttore italiano che si è applicato, che ha ascoltato, provato e sbattuto la testa più volte, e che alcune belle capocce all’estero, UK in particolare, hanno imparato ad amare e a invidiarci quando, viceversa, nella Roma della techno e dello “sfonnamose”, e in Italia in generale, i riconoscimenti di peso e di senso devono ancora arrivare. Love Junction, tra strumentali e pezzi cantati, si fa dunque veicolo per il proverbiale salto di carriera ma è, di per sé, un lavoro più che valido in cui viene stipata senza miracoli, e in 39 minuti, tutta la sua produzione. Una produzione che risponde a quella versatilità, potabilità e inventiva che il formato lungo richiede.

Se aggiungiamo che l’etichetta internazionale è la Friends Of Friends – da noi La Tempesta – diventa chiaro che colore e calore andranno di pari passo con un approccio non per forza dancefloor, ma senz’altro sul perimetro della dance e del soundsystem, e che la grana sonora dialogherà in scioltezza con groove, pop, rap&trap così come l’incastro tra fragranze e gommosità, luminescenze e sapori terrigni, lascerà trasparire qui e lì un agrodolce retrogusto che già possiamo intravedere come proseguo di un percorso solido e duraturo. Lo si sente in Hello!, con il ghaneano Nawtyboi Tattoo, tra rap e (autotune) trap, Caraibi dancehall e sapori swing africani, o nella deep garagista di Chasing con la bristoliana Chikaya nei panni di una Katy B minore. Negli strumentali invece è l’equilibrio tra gli elementi – pressione, texture, linee aeree di synth e rilasci in sospensione – a venir privilegiato (Rio Grande che ricorda le sue prime produzioni, tra l’altro).

Inoltre c’è materiale che ci piacerebbe sentire in produzioni televisive internazionali à la Gomorra e non solo nei dembow party giamaicani (Clearing My Mind con il giamaicano 45DiBoss), unito ad afoso grime da radio pirata in notturna (Goo con Kwam), afrobeat in sottrazione (la strumentale title track) come qualcosa per le FM che rimane a metà tra il cercare e il non cercare la hit radiofonica (Come Over). Insomma, c’è tanta – ma mai troppa – carne al fuoco, non tutta ugualmente riuscita, con stacchi anche bruschi tra le parti strumentali e quelle cantate, ma la qualità media è piuttosto buona, e ciò che più conta è che BITW ha avuto tempi e modi di far riposare e respirare queste tracce, scelta che viene ricompensata da ascolti ripetuti.

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