Recensioni

7.3

A un paio d’anni dal successo del suo esordio Yesterday’s Gone ritorna Loyle Carner, con un secondo disco che varia di poco la collaudata formula ma continua a funzionare molto bene. Not Waving but Drowning (il titolo omaggia una poesia di Stevie Smith) si chiude ancor più su sé stesso spingendo ulteriormente a fondo il pedale dell’intimismo dimesso che già era la cifra lirica principale dell’episodio precedente. Il confessional-rap di Carner continua a seguire traiettorie esclusivamente personali, tra relazioni sentimentali, la centrale figura della madre e del padre adottivo, oltre al rapporto con quello biologico. 

Ancora siamo su una galassia distante anni luce dalla carica e dal machismo del grime, di cui Carner rappresenta un’alternativa più che un’altra faccia (si guarda piuttosto al Mike Skinner di The Streets). In questo senso il disco inglese di recente pubblicazione con cui sembra dialogare è più di tutti Grey Area di Little Simz, ma i numeri più energici e i singoli più spendibili (che pure non mancavano in Yesterday’s Gone, si prenda anche solo una NO CD) qui sono del tutto scomparsi. L’unico pezzo che sembra vagamente avvicinarvisi è You Don’t Know. Per il resto della scaletta a farla da padrone sono piani sommessi e molto eleganti (Dear Jean, Ottolenghi, Still ), campioni chitarristici carezzevoli pescati chissà dove (Ice Water, Loose Ends), beat boom-bap polverosi, sax crepuscolari (Dear Ben), fruscii e carillon vari. 

L’intingolo resta squisitamente classy, elegantissimo ma mai pretenzioso, interessante e senza particolari picchi né emotivi né sonori. Le due collaborazioni più strombazzate (Sampha e Jorja Smith) sono molto buone, e il flow di Carner è una garanzia sia in termini di tecnica che di inventiva. Ad averne.

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