• Gen
    20
    2017

Album

Caroline International, Universal

Add to Flipboard Magazine.

Loyle Carner è il nome più lanciato in area UK nel 2017. La “nuova promessa dell’hh inglese” si presenta al suo disco di esordio con alle spalle un solido EP, A Little Late del 2014, che già ne aveva fatto intravvedere le (altissime) potenzialità. Da dove arriva tutto questo hype? Il giovane (appena 22 anni) inglese è musicalmente l’altra faccia dell’hip hop d’Albione, diametralmente opposto al grime che pure ha ascoltato assiduamente nel suo percorso, ma la cui rabbia sembra scansare senza apparente sforzo, nonostante le difficoltà di una vita che diremmo eufemisticamente “impegnativa” – e su cui torneremo tra poco. È l’anello di congiunzione tra il connazionale Skepta e le riflessioni di nomi come J Dilla e – soprattutto – gli A Tribe Called Quest, ma anche i The Roots, Pete Rock, forse Rakim. Ha sicuramente ascoltato i Public Enemy e ha preso molto da Kendrick Lamar (basti vedere il richiamo formale a To Pimp a Butterfly della cover), ma di questi ultimi sembra – per ora – rifiutare in toto l’ardore politico, la militanza, l’attivismo, l’urgenza sociale. Il suo è un «confessional hip hop», come l’ha definito The Guardian in modo decisamente calzante. Confessional assume nel suo caso una sfumatura quasi da estremizzazione – se non superamento – del (concetto di) conscious.

Nei suoi pezzi il Nostro parla solo della sua famiglia, dei suoi trascorsi, dei suoi pensieri sul suo percorso. Schiva ma ferrea monade (auto)riflessiva, Benjamin Coyle-Larner nasce a South London senza mai conoscere il suo padre naturale, e sviluppando quasi per contrappasso un affetto viscerale ed un legame fortissimo con il suo padrino Nik, che morirà nel 2014 quando la carriera musicale di Ben sta per decollare definitivamente. Da piccolo gli vengono diagnosticati un deficit dell’attenzione, iperattività e una pesante forma di dislessia, elementi che lo condizioneranno fortemente. Dai problemi nella lettura viene quindi lo pseudonimo, che riprende un’inversione delle iniziali del suo doppio cognome mantenuta dietro consiglio della madre per «ricordarsi da dove fosse partito». Sempre questa difficoltà lo porterà numerose volte a dubitare del suo futuro come artista, dato che più conoscenti cercheranno di dissuaderlo dalla scrittura a causa di questo disturbo. I primi passi di Benjamin nel mondo dell’arte sono quindi nel campo della recitazione: ottenuto un ruolo da comparsa all’età di 13 anni nel film 10,000 BC di Emmerich (siamo nel 2008), si iscrive poi alla BRIT School for Performing Arts and Technology diplomandosi al Drama Centre. La morte del padrino lo convincerà poi ad abbracciare completamente la sua attività musicale, ma il background accademico nella recitazione e nelle arti filmiche rimarrà, come è evidente dai numerosi videoclip interpretati e diretti dallo stesso Larner; un corrispettivo visivo imprescindibile per poter ben comprendere l’immaginario narrativo di Loyle Carner.

Yesterday’s Gone, il suo primo disco, arriva il 20 gennaio 2017 e ancora più del precedente EP si pone come manifesto dell’arte (e della vita) di Benjamin. 11 brani (più 3 brevi skits a fare da interludi) di sussurrato intimismo, dove l’impeccabile tecnica e il flow tutto inglese di Larner (che sembra perennemente – e volutamente – esasperare il suo accento londinese, quasi in un’orgogliosa rivendicazione della propria inglesità) sono supportati da una produzione che gronda blackness da ogni beat ed è, senza cali, semplicemente squisita: un campionario di umori jazzati e soffusi chitarrismi di blues malinconico e pensante (Mean It in the Morning), riff funk e spunti quasi crossover (Stars and Shards, NO CD), calori soul (Damselfy), impalcature gospel (The Isle of Arran) e tributi filologici alla (nobile) tradizione elettronica del proprio Paese – il post-trip hop innervato da fiati jazz di Ain’t Nothing Change. Parla della sua famiglia, del trauma mai superato dell’abbandono paterno («I wonder why my dad didn’t want me»), di un’immaginaria ma da sempre desiderata sorellina (Florence), insomma – semplicemente – della sua vita. Con una sincerità, un’eleganza e una semplicità che lasciano disarmati e incantati. Ad oggi viene davvero difficile pensare ad un disco hh migliore (qualcuno potrebbe dire RTJ3, ma siamo su due piani completamente diversi) per aprire l’anno.

23 Gennaio 2017
Leggi tutto
Precedente
Brunori Sas – A casa tutto bene Brunori Sas – A casa tutto bene
Successivo
Brasstronaut – Brasstronaut Brasstronaut – Brasstronaut

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite