Recensioni

7.1

Nel solo 2017, in uno spazio brevissimo dalla pubblicazione del suo album di debutto Endless, le musiche di Luca D’Alberto sono state oggetto di numerosi utilizzi nei più disparati ambiti: dalla pubblicità The Archives firmata Apple (Her Dreams), allo spot ufficiale di Wimbledon (Wait For Me), a serie tv statunitensi come Salvation (Yellow Moon) e Weediquette (Endless), senza dimenticare i vari sodalizi, anche passati, con Michele Placido, Peter Greenaway, Saskia Boddeke o Pina Bausch Tantheater, è evidente come le composizioni di D’Alberto non siano relegate a semplice orpello da sound design ma siano preziosa materia di scambio e di fruizione per contesti cinematografici e di sonorizzazione.

È innata infatti la dote dell’artista teramano nel disegnare paesaggi ed emozioni, geloso delle sue creazioni quasi inavvicinabili da mano esterna. Proprio l’esilio che dà il titolo a questa seconda prova solista rimanda alla ferrea e ineffabile volontà di essere deus ex machina della sua arte, rappresentazione nei pregi e nei difetti del Luca uomo e musicista. Viene facile accostare certi scambi tra elettronica e pianoforte al giro Erased Tapes e compagnia bella, ma lui preferisce prenderne le distanze, portando al centro della scena quel violino che tanto gli ha dato e defilando quindi gli 88 tasti caratterizzanti quella che tendiamo a definire scena neoclassica. Al riguardo, se proprio accostamento ci dev’essere, D’Alberto preferisce definirsi una wildcard del movimento.

Al precedente Endless rimproveravamo – se così si può dire – una cristallizzazione temporale della proposta, più relegata a certe sperimentazioni di fine secolo. Con Exile, il grosso della proposta resta più o meno invariato, con le angolazioni elettroniche che, per quanto un poco più abbondanti rispetto agli episodi passati, restano a fare la guardia nelle retrovie, manipolate nell’analogico e usate per amplificare senso e note dei diversi strumenti acustici: violini e pianoforte, appunto, ma anche percussioni orientali, gong e campane tibetane. La differenza sostanziale è invece nel senso dell’opera stesso, avvolto da un’impetuosa urgenza creativa che mostra carne e cuore dell’essere umano, in una infinita lotta tra leggere carezze (mai date) e ferite laceranti, racchiuse in questo tortuoso e avvincente saliscendi fatto di aperture epiche (Consequences) e strettoie soffocanti (Pianodiscoteque, immaginaria rappresentazione di un club berlinese che sceglie altro rispetto ai kick in 4/4) che si avvinghiano malinconicamente in questo lungo abbraccio, variabile per posizione, strette ed intensità ma non per sentimento.

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