Recensioni

6.5

I francesi ce l’hanno nel sangue. D’altronde il romanzo d’appendice nacque proprio lì nel XIX secolo per poi diffondersi a macchia d’olio in Inghilterra e nel resto d’Europa. E proprio allo spirito di quei romanzi, alla leggerezza, al gusto per l’avventura, all’arte dell’imbroglio, del mascheramento, alla predisposizione al colpo di scena tout court senza star lì a meditare troppo sul realismo di storia e narrazione si rifà questo Lupin, serie televisiva creata da George Kay e François Uzan.

La matrice di partenza è dichiaratamente l’opera letteraria di Maurice Leblanc e del suo personaggio più celebre, Arsenio Lupin, ma la creatura di Kay e Uzan non è come si sarebbe potuto pensare una rilettura in chiave contemporanea di quelle storie, bensì una loro rielaborazione in forma di omaggio, un sistema evidenziato esplicitamente anche in forma diegetica, dato che il nostro protagonista, Assane Diop, è ossessionato fin dalla giovane età dalle opere del celebre scrittore. L’impalcatura è però sostenuta da una trama che combina il mystery con il thriller, il film da rapina con il revenge movie di stampo classico (proprio come un altro celebre romanzo d’appendice, Il conte di Montecristo).

I due autori si affidano quindi a un manipolo di registi capaci, il cui stile si fonda pienamente con la storia e non concentri troppo l’attenzione su di sé. D’altronde siamo dalle parti più della commedia intaccata dal dramma che il suo opposto, era quindi necessaria una buona dose di servilismo ai fini della storia, che non pecca affatto in termini di fascino e suggestione. L’esperienza di Louis Leterrier in fatto di heist movie (vedi Now You See Me) è perfettamente funzionale quindi al pilot della storia, tutto incentrato su una rapina rocambolesca al Louvre e giocata su stacchi di montaggio frenetici, ritmo narrativo indiavolato e una perfetta e precisa descrizione dei personaggi che ci ritroveremo a seguire per i quattro episodi successivi di questa prima parte di stagione (che termina con il più classico dei cliffhanger, in perfetta coerenza con quanto detto in precedenza). Omar Sy, sempre a suo agio nei panni del protagonista, è in grado di tenere desta l’attenzione e in sostanza un’intera serie sulle proprie spalle; il suo è un protagonista solare e con la battuta sempre pronta, ma che – come riesce abilmente a far intuire la sceneggiatura – nasconde più di qualche zona d’ombra morale, e la sua ricerca di vendetta arriva dopo anni in cui ha sempre creduto nella colpevolezza del padre (ingiustamente accusato di un furto dalla famiglia per cui lavorava come tuttofare).

L’obiettivo primario di questa serie dal gusto frizzante è chiaramente l’intrattenimento puro e semplice, senza badare troppo a restituire un certo realismo che cozzerebbe non poco con storia e personaggi; bisogna accettare che Assane Diop entri ed esca di prigione senza farsi notare o che la polizia di Parigi non colga (o non voglia credere a) tutti i riferimenti ai libri di Leblanc disseminati nelle scene del crimine (a parte un unico agente). Eppure è interessante tutto l’intreccio che riguarda la corruzione negli ambienti del potere, polizia compresa, specialmente se messo in relazione con il passato storico della nazione francese, da sempre abituata ad affidarsi agli ultimi per le sue rivoluzioni. Chiaramente le parti più riuscite sono quelle che si concentrano sull’aspetto favolistico della narrazione: il rapporto tra Assane e Benjamin Ferel, amico di vecchio corso che gli fa da aiutante ed esperto d’arte, e le sequenze che riguardano furti, fughe e sparizioni. Un po’ carente risulta invece la componente più drammatica, essendo la serie impostata su una leggerezza che mal si sposerebbe con un’accelerata drammatica importante, anche se certi passaggi di forte impatto emotivo non mancano affatto (i flashback sul padre e sulla storia d’amore con Claire, mai scontata né banale, come probabilmente vedremo nella seconda parte).

Lupin, o almeno questa prima parte di stagione, risveglia l’interesse per la serialità targata Netflix che negli ultimi tempi aveva subito delle cadute di stile considerevoli (La regina degli scacchi a parte) e promette al proprio pubblico di riferimento un prodotto dignitoso, leggero e mai ingenuo (come lo è ad esempio l’amatissima/odiatissima La casa di carta).

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette