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In occasione dell’uscita su Netflix di Durante la tormenta, discreto dramma con venature fantascientifiche, avevamo discusso parallelamente dello stato di salute delle produzioni cinematografiche spagnole e di come queste stiano vivendo un periodo più che prolifico con una diversificazione riguardo a temi e generi davvero encomiabile e con il pallino dell’intrattenimento sempre ben in vista. Così, se proprio il film di Oriol Paulo non potrà risultare indimenticabile, se non altro svolge bene il suo lavoro e dà ossigeno a tutta un’industria che negli ultimi vent’anni almeno ha dimostrato di poter competere con il resto d’Europa (mentre l’Italia arranca, se si escludono i soliti noti, e dove sembra che non si producano altro che remake sbiaditi di produzioni altrui – vedere Il testimone invisibile e L’agenzia dei bugiardi per credere). Conscio di queste potenzialità, il colosso Netflix non ci ha pensato due volte prima di prendersi carico di La casa di carta, creatura di Álex Pina trasmessa da Antena 3 e poi rimontata in due parti per la piattaforma digitale.

Il successo è immenso: nel 2018 ha vinto l’International Emmy Award come miglior serie tv drammatica, diventando la prima serie spagnola a ricevere questo riconoscimento, e al momento risulta la serie non in lingua inglese più vista nella storia di Netflix. I motivi sono presto detti: un plot accattivante e avvincente che sfrutta la tematica dell’heist-movie e concentra l’unità di spazio e tempo (con più di un occhio alla lezione di Inside Man di Spike Lee) non dando così tregua a uno spettatore sempre più avido di sapere; personaggi di cui si possono condividere ampiamente decisioni e motivazioni, alimentati da un’irrefrenabile sete di giustizia contro il cosiddetto “sistema”, che in tempi di crisi riscuote sempre la sua quota di consenso; infine, una componente da soap opera che alleggerisca il tutto e all’occorrenza diverta con ironia e una sana dose di kitsch, a patto che si dia ampio margine a quella sospensione dell’incredulità quasi sempre fondamentale in prodotti che ricalcano tutti i topoi più battuti del genere “cani da rapina”.

I nuovi episodi, che costituiscono la terza parte del racconto, sono quindi il primo tentativo da parte della sola Netflix di prendere di petto la materia della serie e rilanciarla dopo lo spropositato successo, ricalcando in quasi tutto e per tutto la strategia delle prime due parti della storia e utilizzandone gli stessi ingredienti, ma con una disponibilità di budget e di potenza di marketing decisamente superiore. Al termine dell’ottavo episodio, infatti, ci si rende immediatamente conto del peso di tale strategia martellante, e ci si pone subito una domanda fondamentale: avrebbe avuto lo stesso seguito questa nuova mandata di episodi se non fosse stato per lo strapotere mediatico di Netflix e della sua macchina commerciale? Una domanda che ricorre spesso per i vari prodotti della piattaforma, ma se in certi casi il fenomeno è così grande da risultare quasi incontrollabile (Stranger Things), in altri il profilo da piccola produzione è volto a mettere perfettamente a proprio agio gli autori (è il caso di Dark), oppure sono gli stessi autori ad avere il controllo assoluto, forti di un carisma esuberante e un talento inattaccabile (BoJack Horseman).

Ne La casa di carta appariva già chiaro che una continuazione degli eventi dopo la seconda parte sarebbe apparsa da subito superflua, posticcia, non inutile ma certamente snaturata. I reietti avevano trionfato contro i poteri forti e si erano arricchiti, ma ora uno di loro si è cacciato nei guai (unicamente per colpa sua), e allora la banda va riunita e un altro colpo architettato per farla pagare a quei cattivoni che stanno torturando il povero Rio. A questo punto è inevitabile un’escalation dello Stato spagnolo verso la banda di fuorilegge, ma il Professore è sempre un passo avanti a tutti: sarà così per tutto il corso della stagione? Le carte in tavola verranno sparpagliate? I ruoli saranno messi in discussione?

Il problema de La casa di carta – Parte 3 non sarebbe nemmeno la vena da soap opera di cui sono impregnati tutti i dialoghi – questa caratteristica era già presente in passato – ma piuttosto il fatto che quest’ultima risulti ancor più evidente perché non mascherata adeguatamente da una narrazione all’altezza (siamo costretti a sorbirci siparietti tipo «Posso essere la brava ragazza per molto tempo, ma poi si riempie il serbatoio della cattiva ragazza»), men che meno da una direzione e da una scrittura (in termini puramente tecnici) che non risultino ridondanti già dopo i primi dieci minuti dell’episodio 1. Il risultato è quindi un collage di momenti e situazioni già viste e incollate con lo sputo. Lo schema è sempre il medesimo: tre o quattro macro-sequenze tenute insieme da altrettanti brani musicali settati a un volume altissimo, così fastidioso da farci implorare qualche figura misteriosa per almeno una sequenza campo-controcampo e dialoghi serrati. Niente. A concludere tutto è il solito cliffhanger che rimanda alla già annunciata Parte 4 (in arrivo nell’estate 2020) e che coincide anche con un ribaltamento del fronte a cui eravamo stati abituati. Lo Stato ha dichiarato guerra alla banda del Professore, e questi ha risposto per le rime, in uno scarto che sancirà una necessaria separazione tra la loro ragion d’essere e il furor di popolo, indubbiamente il risvolto più interessante di una stagione con parecchi bassi e pochi (pochissimi) alti.

25 Luglio 2019
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