• mag
    05
    2014

Album

LL Recordings, Atlantic Records

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La prima cosa che salta all’occhio è la concisione: il terzo album dell’artista svedese comprende nove brani condensati in poco più di mezz’ora di musica. I sociologi diranno che, in un era di frammentazione digitale come quella che stiamo vivendo, è un segno del tempo che i musicisti più vicini al mainstream puntino di più su uscite brevi (anche un singolo brano o un remix) rilasciate, però, al momento opportuno, perché la promozione possa sostenerle in modo adeguato. E questo ragionamento porta ad un primo punto fermo: quell’avvicinamento a un mercato più ampio (possibile) che si adombrava con la parziale sterzata del precedente, fortunato, Wounded Rhymes è del tutto compiuto. Senzientemente, verrebbe da pensare, visto il crescente hype che ha circondato Lykke Li in tutto il mondo.

Se il primo disco faceva intravvedere una personalità ombrosa ma complessa, alle prese con elettroniche e folk che si amalgamavano in traiettorie originali, il secondo sforzo era già del tutto sedato verso il pop-rock. Certo, c’era la rabbia, l’angst, usata per raccontare un amore finito, che avevano liberato anche la voce di Lykke Li, traghettandola in territori che erano stati esclusi dall’esordio. C’era un certo fascino oscuro e drammatico, quello che ha colpito – probabilmente – un David Lynch che le ha aperto la strada verso molti fan.

Per I Never Learn la produzione è sempre in mano a Bjorn (di Peter Bjorn And John), ma il focus è spostato interamente sul concetto di ballad. Non nel senso Cave-iano delle Murder Ballads, piuttosto in quello del pop da MTV Hitlist. Riappare qua e là qualche trama elettronica a sostenere la voce e il pianoforte. Il lavoro sui suoni è davvero elegante e curato, con una “forza orchestrale” ottenuta in studio che non era presente nei lavori precedenti. Manca però qualcosa: il tocco personale di Lykke Li, sia in Wounded Rhymes che in Youth Novels – al di là delle scelte produttive -, la rendeva riconoscibile all’interno di percorsi già battuti da altri musicisti. Ma Just Like A Dream non sembra l’outtake di un album di Adele? Heart of Steel non potrebbe essere affidata a una Mariah Carey anni 2000?

Dal punto di vista complessivo, però, il percorso si completa. Un disco originale (l’esordio) che fa alzare il sopracciglio alla critica e al pubblico più attento. Un disco energico (il secondo) che conquista palchi più rock e – potenzialmente – dà grande soddisfazione in versione live (vedi alla voce: festival). Un terzo che punta direttamente al mainstream senza più nascondersi. Si parlerà di evoluzione artistica, che di sicuro non sarà mancata, ma noi parleremmo anche di attente valutazione commerciali. Sì, stiamo assistendo al consolidamento di una popstar.

4 Maggio 2014
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