Recensioni

7.3

Già a partire da Damaged Merc dello scorso anno avevamo capito che James Wipple, in arte M.E.S.H., stava puntando su una direzione differente rispetto alle “ecologie” architettate da molti suoi coevi di area Hi-Tech al cui lavoro la sua prima prova lunga – Piteous Gate – è stata associata per impianto teorico e politico. Con gente come Chino Amobi, J.G. Biberkopf, Rabit e altri a esplorare, in questo 2017, un discorso ancor più decostruito, frammentario e distopico, decisamente fuori dalle dinamiche della club music, e altri ancora in derivata filo-Arca a ribadire un discorso per contrasti e anti-climax, il producer di origini californiane (ma di stanza a Berlino) serra i ranghi sul ritmo ripensando al future sound caro ai britannici e immergendolo tra galassie lontane. Una mossa talmente azzeccata che gli fa guadagnare ora paragoni con alcuni illuminati fuoriclasse dell’elettronica albionica come gli Autechre (nodale punto di partenza di molte di queste musiche), Demdike Stare e perché no, lo Shackleton di qualche anno fa. Dalla ricerca in campo weightless del debut, che era solo una delle soluzioni messe in campo assieme a una magnifica/stordente/sadica confusione di lame e sberle che t’assalivano all’arma bianca (metti una versione radicale di Forest Swords), il nuovo Hesaitix risulta più intenso e debordante, non meno cinematico, senz’altro compatto nel recapitare la missiva e, in alcuni passaggi, anche sui binari di una UK techno senza troppi fronzoli e le proverbiali decostruzioni che ti aspetteresti (Coercer).

Slegato dalle indagini macchina/sesso/futuro del compagno di label/collettivo su Janus Lotic, il suo è un ritorno alle estetiche basali da dark club, via techno dub berlinese come jungle britannica (2 Loop Trip), il tutto pensato nell’ottica di un loro superamento o come grimaldello di un apolide pianeta elettro-organico fatto di CGI e ritagli di fotografie ambientali, di sintetica dalle cromature electro, glitch e bass da una parte e di field recording (trattamento di quelli) e campionamenti di oggetti percossi e dall’altra. Il blending è al calor bianco: un mondo ancora imprendibile e alieno, non ancora abitato da forme viventi (ma quasi) in cui non troviamo di certo i classici saliscendi dance ma il concetto di climax, quello sì (Search.Reveal), è qualcosa che viene architettato, fatto detonare e in seguito fatto convivere con l’altra parte di questa storia, ovvero il taglio ambientale/cinematico – e la parentesi à la Satie sul finale (Ihaemiauimx).

Altra bestia rispetto al (bad)trip nipponico-medioevale precedentemente esplorato, Hesaitix, anche per suoi non meno avvincenti risvolti mistici e tribali, è un mondo di imbattibile e ben congegnata unrealness.

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