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A partire dall’imprescindibile lavoro di Arca, il campo d’indagine tra gender e futurismo (Xen), sessualità e mutazione (Mutation), persona e oggetto (Arca), è stato al centro di alcuni dei lavori concettuali che abbiamo ascoltato e recensito su queste pagine negli ultimi anni; l’altra metà del discorso ha riguardato il contesto, ovvero l’ambiente inteso come struttura, ecosistema e, per farla breve, il fin troppo abusato tema legato all’antropocene. Riavvolgendo il nastro, rispetto al lavoro di Alejandro Ghersi, partito da una futuristica take dell’hip hop che lo ha portato direttamente a lavorare con Kanye West, sono stati il grime, il rap, l’r’n’b e la techno, da soli o in tandem, a configurarsi come ideali esoscheletri sui quali i producer underground da Berlino a Londra e oltre Atlantico hanno plasmato la loro musica, un affare di MAX/ESP ma anche di sampler hardware con i quali imprimere al suono un’impronta “trans-corporea” attraverso glitchate ai pad, movimenti di leve e tamburellate ai bottoni.

Visionist e Ziúr, i cui Value e U Feel Anything sono stati pubblicati a breve distanza l’uno dall’altro, ci forniscono ottime scuse per osservare, altezza 2017, un possibile stato dell’arte riguardo ai percorsi musicali che più si sono ricongiunti esteticamente e concettualmente con il lavoro di Arca prima maniera, quello Xen(ofemminista). Il punto di partenza è pertanto lo stesso: perseguire l’abolizione del genere non in un senso futurista classico, ovvero nei termini di un annullamento dell’uomo nella macchina verso un (mitico) futuro, bensì da una prospettiva transfemminista che intende la tecnologia sia in senso emancipatorio (e di trascendenza rispetto al sé) sia, musicalmente parlando, come mezzo per esprimere frizioni e criticità, claustrofobie e apocalissi, con tutti i discorsi sulla società come prodotto della mente del singolo, e filosofate al seguito.

Visionist viene dal quel giro di producer (post)grime londinesi che sono tornati alle scarne sonorità dell’eski per affinità elettiva ma anche per cercare nel cold sound nuove vie espressive, chi lavorando sui vuoti (vedi un maestro in tal senso come Logos), chi amplificando un discorso di desolazione e violenza urbana dall’angolazione di solitaria videoludica (una Fatima Al Qadiri) e chi – ed è questo il suo caso – esplorando un arco di dolorosi stati psicologici. Ziúr, di stanza a Berlino, è fondatrice della queer club night Boohoo e promoter di un approccio post-genere che nel frattempo ha fatto proseliti in città – vedi la più nota serata (e etichetta) Janus con i suoi Lotic, Dj HVAD, Kablam e co. Artisti come loro, assieme a locali/bar come Südblock e Monarch, stanno proponendo qualcosa di diverso rispetto alla consolidata tradizione del clubbing berlinese. Nel caso di Ziúr più specificatamente il puntamento è verso qualcosa di scheletrico, in bilico tra grazia e violenza, musica volta ad ottenere la massima spettacolarità con il minimo dispiego di mezzi.

Proprio come nella musica di Arca e nei visual mutanti di Jesse Kanda, Visionist e Ziúr si giocano la carta del corpo come un fluido increspato, procedendo per contrasti (ambientali), interferenze magmatiche e glitch(y), contrazioni, e quello che alcuni definiscono anti-climax, ovvero una convergenza di suoni sintetici e sintetizzati riconducibili al noise come all’industrial che inglobano organico e materico in un gorgogliante blob, l’antitesi rispetto al classico build-up/drop della dance music commerciale. Infine entrambi si giocano la carta del(le) vocalist come jolly, o meglio come momento “distensivo” all’interno di scalette sostanzialmente strumentali, purché la loro presenza rientri comunque all’interno del discorso col prefisso trans- sopracitato.

Venendo al giudizio di merito, avevamo lasciato Visionist con un disco piuttosto significativo – Safe – incentrato sul bisogno di sicurezza nelle società occidentali, e lo ritroviamo ora con uno più orientato alla sessualità nelle sue espressioni dicotomiche come, ad esempio, il machismo e l’effeminatezza, l’autocommiserazione e l’autoerotismo. Viene fuori un lavoro che pecca, come era accaduto nei suoi primi EP – I’m Fine I e II -, di una punta di autoindulgenza nel recapitare il messaggio. Inoltre è il disco più Arca-derivato dei suoi, con tutti i richiami alla tradizione degli Ambient Works di Aphex Twin come del Sakamoto del caso, e quest’aspetto, più che evidenziare la continuità rispetto a quell’idea in musica, ne fa spuntare un altro più problematico, vuoi perché l’opera non risulta così folgorante quanto quella di Arca, vuoi perché lo stesso producer di origini venezuelane si è nel frattempo mosso altrove cercando nuova ispirazione nell’utilizzo della propria voce e facendo sembrare Visionist come quello rimasto – ingiusto dirlo – fermo al palo (in altre parole, un pezzo come High Life rischia fortemente di suonare un po’ vecchiotto a questo punto).

Venendo meno l’effetto sorpresa, ora che il pubblico dei follower delle etichette più attente alle evoluzioni elettroniche in questo campo (Hyperdub, Planet Mu, PAN, Knives, la stessa Codes di Visionist) ha acquistato piena famigliarità con queste che fino a due anni fa erano soluzioni ancora da decifrare/catalogare/comprendere, la proposta di Louis Carnell casca un po’ nel mezzo proprio nel momento in cui si mostra nel suo lato più muscolare, o meglio nella sua dicotomica natura tra fragilità e sfrontatezza. Value gira splendidamente a vuoto quando un senso ancora ce l’ha (buona No Idols tra pianoforte à la Sakamoto e interferenze varie), gira bene senza lasciar tracce di sé quando fallisce nel colpire l’attenzione dell’ascoltatore, mostra sicumera sul lato tastieristico più classico (Invanity). In questo senso, Ziur, che questa materia la mastica con fare più politico che concettuale, risulta più fresca e sfrontata, ideologicamente in linea con il discorso sponsorizzato da Lotic e da altri artisti queer (black e non black) sul ritorno in purezza al club come ad un luogo separato dalla società in cui sospendere gli schemi e le gerarchie del potere imposti dal (music) business e dalla società tutta.

Non siamo certo dalle parti di un impianto concettuale ed estetico come quello proposto dai Knife in Shaking the Habitual (che spingevano per una ricostruzione dello stesso DNA del clubber massificato), eppure a partire dal pezzo con Aïsha Devi che ripercorre, senza troppi timori, il nastro delle produzioni r’n’b nippo-futuriste care anche a Carnell/Visionist e al giro Pc Music più adult (per un confronto ascoltate la sua di traccia vocale con il feat di Rolynne e l’ultima mutazione “in chiaro” e xenofemminista di Sophie di It’s Ok To Cry), la tracklist della producer suona semplicemente meno zavorrata e libera dalla stretta rappresentazione di un concept. Non parliamo certo di un capolavoro o di quel best kept secret di cui si diceva in giro prima di questa co-produzione tra Planet Mu e Objects Limited (gestita da Lara Rix-Martin, compagna di Mike Paradinas), ma di un lavoro con i suoi motivi di pregio, e basta ascoltare un pezzo come Don’t Buy It o una Fractals in odor di Venetian Snares per tastare il polso della situazione.

30 Ottobre 2017
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