Recensioni

7.3

A due anni dalla conclusione del progetto sonico-fiction Vapor City, con quell’Archives che poco aggiungeva all’album originale, il buon Travis Stewart torna sulla piazza – dopo il tributo a Dj Rashad, comparsate nel giro Teklife e progetti paralleli vari – con un lavoro che tira in ballo new age e concetti esoterici come «scambi di energia attraverso il suono» e altre teorie positiviste secondo le quali il nuovo lavoro è stato pensato per curare con la musica, in questi tempi bui e pieni di negatività. La lettura del comunicato stampa è divertente: Machinedrum, ad un certo punto, tira fuori anche il bisnonno guaritore riferendosi al concept.

Arrivando al dunque (e all’ascolto), quel che ci troviamo nelle orecchie non è certo un nuovo capitolo della serie 2814 ma, innanzitutto, qualcosa che ci fa capire che jungle e footwork (e tutto un portato di urbanistica del ritmo) sono state messe tra parentesi per lasciar spazio a qualcosa che è effettivamente serotoninico e avvolgente. Quel che Stewart ha apparecchiato in Human Energy è ingegnoso: un (hip hop) pop elettronico e ascensionale, parente di quello mainstream – leggi EDM e tormentoni dell’estate  – ma intelligentemente sgravato da tutti i cliché e le tastierone. È angelica trap per rapper in un paradiso in cui hanno allestito una festa caraibica a base di dancehall, di quelle che piacciono a Diplo, per capirci (Dos Puertas). E sul lato post-soul ed electro-r’n’b, ovvero quello prediletto quando si pensa alla musica del producer, la svolta è altrettanto interessante, virata com’è su glitcherie melodiche di stampo Pc Music. Machinedrum non è certo il primo nome che ci viene in mente quando facciamo certi discorsi politici applicati alle elettroniche attuali, eppure una delle conseguenze di tutto il dibattito sull’estetica plastica e digitale di tanti suoni di oggi si percepisce anche da queste parti: se paradiso e new age deve essere, il sound di Human Enery è artificialmente siringato di emoticon e altri “suoni finti”, traslucidi e photoshoppati, parenti stretti di quelli prodotti da James Ferraro sul lato Far Virtual Side e Sushi della sua carriera (Spectrum Sequence auto-evidente in questo senso).

Su un altro piano ancora, i nuovi equilibri prevedono anche potenziali hit come quello con il feat. di Dawn Richard (Do It 4 U), e dunque pensare a quest’album come è stato congegnato, a suo tempo, l’esordio dei Magnetic Man, non è una cattiva idea. Questo è il primo disco targato Machinedrum che potrebbe piacere (e non poco) alla fascia di persone più ampia che Stewart abbia mai visto; non parliamo dell’audience di un Guetta ovviamente, ma diciamo che un pubblico USA a caso, quello di Diplo & Skrillex e co., potrebbe senz’altro gradire (vedi anche l’altro pezzo con ospite – il già incontrato nell’album di HudMo – Ruckazoid, Morphogene). C’è gente che nel compiere operazioni del genere inevitabilmente commette qualche passo falso, ma non Stewart. Bravo.

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