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Lo si capiva dall’EP Demonico a firma Kamixlo uscito l’inverno dello scorso anno sulla Codes (prima Lost Codes) di Visionist in combutta con PAN, che il nu eski (volgarmente: grime astratto) targato 10s, analizzato in un ormai stagionato speciale su queste colonne, aveva preso una piega nuova, differente e non meno eccitante. E lo si capiva anche avendo avuto il tempismo di ascoltare la produzione di EndgamE antecedente alla firma per la Hyperdub di Kode9. A casa del primo si contorceva una bestia piuttosto nuova che prendeva le sembianze di un reggaeton industriale; in quella del secondo un più riconoscibile playground grime si nutriva non proprio delle arcinote ritmiche UK funky, ma di qualcosa di antecedente a quelle. Quel qualcosa portava ancora una volta all’Africa, proprio come era accaduto nello scorso cambio di decennio (2006-2011 per la precisione) quando gli allora emergenti producer londinesi (vedi Lv, DVA, Cooly G, Roska) avevano opposto una colorata e sintetica (house) tribale (afro, soca, ecc.) ai bui meandri dell’half step, con la differenza che ora sulla piazza ad essersi diffuse come il prezzemolo troviamo le sonorità della kizomba, del tresillo, del kuduro, dell’habanera. È un rimpasto? Di certo, di rimpasti e ritorni indietro per andare avanti è piena la storia dei continuum elettronici britannici. Il sound anthemico-sintetico di EndgamE è solo una delle punte emerse di un tentacolare movimento che si espande fino a Mexico City, alle periferie americane, per poi tornare a Londra – via Scandinavia – in un dialogo a doppia mandata radio/web dove i confini tra geografia e internet, NTS e Soundcloud si mescolano e confondono in un flusso sonoro dove, ancora una volta, il linguaggio grime muta in qualcosa di caraibico e latineggiante e, alla radice, africano. Questo ribollente fermento ritmico ha goduto di ottimi riflettori negli ultimi mesi ad ogni livello, over e underground, nei giri dei club e in quelli legati alle gallerie d’arte, nelle cuffie di un’audience sempre più apolide ma attenta che ha eletto le produzioni di Elysia Crampton targate Lexxi come ideali esempi del «sound più attuale in circolazione».

Lexxi è l’ennesimo producer di South London che a giugno di quest’anno ha debuttato con l’EP 5TARB01 EP presentandosi come un nuovo Zomby per la maschera che campeggia sul suo profilo Soundcloud, ma soprattutto per le sue capacità di sintesi. Tracce come $EVERO e Red Eyez sono emblematiche testimonianze di un suono che sa muoversi sia sul lato accelerazionista versante Arca, sia su quello politico-coloniale (spiegheremo dopo) della citata transessuale di origini boliviane della quale, a buon titolo, può considerarsi pupillo, vista la tracklist dell’EP e la sua presenza in due tracce cruciali del suo ultimo lavoro. Del resto, latino e attento al discorso tra queer/identità/futurismo è pure Alejandro Ghersi (Arca) – e il suo visual artist Jesse Kanda – e questo per sottolineare come l’insieme delle connessioni fin qui analizzate risulti tutt’altro che casuale. Come meditata è la scelta di EndgamE di esordire su un’etichetta (la Golden Mist) di una monitoratissima Lisbona, incamerando dichiaratamente il kizomba, lo stile musicale dell’Angola (Paese che ha dato origine al kuduro, amato, tra gli altri, anche da M.I.A) arrivato in Europa in tempi relativamente recenti proprio via Portogallo, dove da sempre riscuote il maggior successo.

Tornando su un piano di evoluzione grime, Kamixlo e EndgamE non hanno abbandonato le superfici traslucide associate al dibattito accelerazionista e al disadorno sound che ha reso iconico il disco di Logos; il loro sguardo è ancora iperrealista, per citare una outsider del genere come Fatima Al Qadiri, corredato da sirene e spari e dalla sua canonica e desolante narrativa. A cambiare piuttosto è l’incastro col ritmo che negli ultimi 24 mesi s’è accalcato in qualcosa che richiama qui il dancehall e lì il reggaeton, generi che da sempre attingono dalle tradizioni ritmiche sopracitate, riallacciando così i legami con tradizioni secolari legate al ballo, dai Caraibi in giù. Ai più attenti non sarà sfuggito che proprio i due protagonisti citati appartengono ad un collettivo piuttosto giovane, il Bala Club, fondato anche dal fratello di Kamixlo Uli-k; questi ultimi sono entrambi di origini cilene, cresciuti in una comunità di rifugiati in Gran Bretagna, e negli ultimi mesi le loro gesta, in pieno caos post-Brexit, sono state portate all’attenzione di tutti gli influencer dello scacchiere, da Vice a The Fader e I-D e, non ultimo, fotografati da David Sims per Arena Homme. Il Bala Club ha lanciato il suo primo party a Shoreditch lo scorso capodanno (per la serie, la next big thing nel place to be) e pubblicato a giugno il primo volume di una valida compilation omonima, lanciando nel contempo anche uno slot radio alla NTS. EndGamE di suo conduce qui il programma Precious Metals, e nella puntata del 25 agosto 2016 c’era tutta la famiglia al completo, presentata come Bala Club w/ Endgame, in un tripudio di outsider rhythms tra reggaeton, grime, trap e tutto ciò che è «concepibile metterci in mezzo», dove, sull’asse di una latinità anche parecchio ruspante, non viene risparmiato nulla, nemmeno l’ormai proverbiale speaker/parodistico à la Mortal Combat che abbiamo già ascoltato nei dischi della Crampton – e poco più indietro di Jlin – né i chitarroni del cyber rock.

Sempre lo scorso anno, l’altra pubblicazione cruciale ha riguardato un videoclip, Sniper Redux, a firma congiunta Endgame e Kamixlo; il pezzo omonimo è uscito sempre per la portoghese Golden Mist e parliamo questa volta di un brano cantato che per una volta non presentava il consueto vocalist appartenente alle solite crew londinesi, ma un ragazzo ecuadoregno (Blaze Kidd) che rappava in un sincopato accento spagnolo. A ben ascoltare, sia il citato Arca (Thievery) che i bistrattati Future Brown (Vernáculo) avevano introdotto nella prima parte dello scorso anno soluzioni ritmiche latine vuoi più rotonde, vuoi più speziate, e, in fin dei conti, tutto questo Adam Harper – l’autore dell’influente articolo sulle musiche hi-tech e sulle ragioni per le quali l’underground club music suona (tuttora) cibernetica – lo aveva già ampiamente previsto, dato che a giugno 2015 su quello che è ora noto come il tresillo column, per lui «la più eccitante musica oggigiorno» era proprio questa. Verso la fine dello scorso anno, sulla fresca etichetta della vivace club night mancuniana Swing Ting, faceva il suo debutto Deejay Florentino, un perfetto sconosciuto che si è presentato ai media con una biografia rubata agli sceneggiatori di Narcos su Netflix: un residente di una fattoria sperduta della giungla colombiana circondato da un’amorevole famiglia e da amici hardcore fan di reggaeton. Per farla breve, il suo Tu y Yo è una bomba e ottiene da subito le attenzioni dei vari Dummy e Fact, che gli dedicano liste ed interviste, mentre Bok Bok, co-boss di quella Night Slugs che ne aveva fiutato il potenziale, lo passava nei suoi dj set dalla scorsa estate infilando nel mix edit e refix che, nel frattempo, sono diventati un must per molti dj britannici (e non solo). Le sue sono tracce (UK) pronte per il club a base di micidiali ritmiche mutuate dal reggaeton, in grado di sposarsi perfettamente con i proverbiali flauti di pan del grime e con le sue filiazioni UK funky (non a caso Florentino è da anni in contatto stretto con Murlo e con lui ha pubblicato quest’anno Come Back), ma anche con tocchi di carnevalesco romanticismo colombiano, come lui stesso li definisce. Il suo exploit non è che una delle risultanti decisive – forse la più decisiva – dell’eccitamento che si è nel frattempo creato attorno a questa nuova scena-non-scena di underdog sparsi nelle periferie del globo ma interconnessi a più livelli grazie alla rete e ad NTS (più che Rinse.fm).

In un clima del genere non stupisce che Kamixlo firmi per Annex booking (l’agenzia di Helena Hauff e Demdike Stare), ma anche a livello mainstream le cose si sono mosse per bene: la parte “emersa” di questo (ennesimo) ritorno alle tradizioni ritmiche del mondo che siamo abituati a ricondurre alla latinità passa anche sui tradizionali canali radio FM. Di fatto, sia il Views di Drake (uno che, ricordiamolo si è fatto il tatuaggio della crew di Skepta sulla spalla), sia l’album ANTI di Rihanna, per citare i casi più famosi, sono informati da questi timbri e poliritmie. Nei rispettivi brani a feat. incrociati, ovvero Too Good e Work, la componente caraibica si presenta con la faccia di un’inedita fragilità dai retrogusti inevitabilmente malinconici. Solitudine da stardom, verrebbe da dire (e anche Frank Ocean ne sa qualcosa). Non solo: particolarità di Too Good è il credit del giamaicano Popcaan, in un brano nato come interpretazione (con tanto di campionamento) della sua Love Yuh Bad, una traccia prodotta da Dre Skull sulla sua MixPak Records – e, ultimissimo aneddoto, One Dance, sempre da Views, contiene un campionamento di un remix di Kyla ad opera del collettivo UK funky, Crazy Cousinz.

MixPak del resto è l’etichetta identificata come quella della “rinascita dancehall”, e qui è uscito l’esordio lungo di un altro protagonista di Bala Club, Palmistry ovvero Benjy Keating. Keating è uno che, sempre lo scorso anno, Harper diceva essere un po’ ovunque sia a livello discografico (ha inciso anche per la Italian label Presto?! di Senni), sia proprio per il sound che proponeva. L’esordio Pagan, uscito a giugno 2016, altro non faceva se non adattare (e non senza difetti) l’intimità e la fragilità del dancehall pop spinto pure, ricordiamolo, da Justin Bieber nella hit What Do You Mean (la canzone favorita di Kanye West del 2015) verso una dimensione casalinga, arrivando, al meglio delle sue possibilità, persino dalle parti di Arthur Russell. In verità, il suo disco è parente molto più stretto di PC Music, avendo il producer avuto a che fare sia con Felicita, sia con Sophie, con il quale ha lavorato in passato nel brano Catch del 2014. Palmistry è comunque il perfetto esempio di uno dei raccordi possibili tra under e over ground targati 2016, quando il suo precedente 2015 è stato l’album di Jamie XX In Colour dove, non a caso, spuntava proprio Popcaan come vocalist in uno dei brani più emblematici, I Know There’s Gonna Be (Good Times).

Di sicuro M.I.A ha sperimentato molto di tutto questo in passato (vedi Matangi), pertanto non sorprende affatto – nel suo ultimo album AIM, o in prima linea o grazie a producer ritrovati come Diplo – vederla arrangiare l’ormai proverbiale cadenza dancehall nei brani Finally, Visa e Bird Song come anche il raeggaton in una traccia come Talk. Tornando ai ritmi e al sound più legato al club, impossibile non citare in questo viaggio attorno alla riscoperta del tresillo e delle sue diramazioni, il giro NAAFI ed in particolare i producer cileni Resla, Imaabs (brano chiave: Imaabs feat. Lia Nadja & Felicia Morales – Extravío) e il messicano Spaceseeds. L’etichetta di stanza a Mexico City, con seconda casa presso la solita NTS, può a buon diritto essere considerata una controparte del collettivo/label Bala Club, come il producer cileno Resla potrebbe rappresentare l’analogo sudamericano di EndgamE. La sua ospitata presso il collettivo Astral Plane (giro legato a Fact Magazine) lo scorso 22 agosto è un tripudio di tresillo e delle sue evoluzioni più “ricche”, come l’habanera e il cinquillo, con vocalist rigorosamente in lingua spagnola trasposti in uno streaming elettronico assolutamente club ready. Da segnalare e approfondire ci sono anche Zutzut e Lechuga Zafiro, che lo scorso anno hanno pubblicato una loro versione de La Berretta della star reggaeton De La Ghetto.

L’aspetto interessante di NAAFI del resto è rappresentato dal suo collegamento con le estetiche proposte dal giro berlinese Janus (vedi l’edit di ZutZut della Phlegm di Lotic) ma soprattutto con lo statunitense NON, altro collettivo di outsider internazionali fondato da Angelo Antonio Valerio di stanza a Cape Town (ANGEL-HO), il residente a Richmond Chino Amobi e Nkisi di stanza a Londra. Le due label si sono unite per comporre, all’inizio dell’anno, negli studi newyorchesi di Red Bull, un singolo (loro lo hanno chiamato digital tape) assieme alla cantante/songwriter Embaci (Embaci x II single), e mix tra cui il NON VS NAAFI, dove compaiono altri due producer di cui non abbiamo parlato finora, ovvero Lao (sempre NAAFI e co-producer assieme ad Angel-Ho del sopracitato brano) e lo statunitense Rabit. Quest’ultimo è una figura chiave per comprendere le traiettorie di un sound che nell’ultimo lustro si è caricato di segni e significati via via più consapevolmente politici, sviluppando nel contempo anche un filone – riassumiamo – dal taglio documentaristico, anti-umanista a sfondo (cyber) bellico.

Dal 2012, Rabit è uno che si muove a proprio agio sia sul versante grime strumentale che ha più segnato l’inizio degli anni ’10 (vedi anche i suoi legami con la Different Circles di Mumdance & Logos), sia su quello del giro NON e della citata Elysia Crampton, che è l’altra figura-collante e fondamentale. Il suo Demon City può essere senz’altro considerato il lavoro più rappresentativo di questo incrocio di fascinazioni attorno ad una latinità, che poi, più correttamente, nel suo caso rappresenta una nuova tattica di erosione alle fondamenta del concetto di world music, da sempre facile stampino per le musiche dei terzi e quarti mondi visti da un punto di vista squisitamente occidentale. In questo disco il producer di Austin ha collaborato per la realizzazione di After Woman, traccia che racchiude il concept del lavoro nonché l’evoluzione di un ramo di una ricerca sonora partita idealmente con l’EP Sun Showers. Il brano è una voragine con vista a cannocchiale di suoni cyber e latini stratificati, una (anti) new age cinica dalle parti OPN sovrastata da vocioni e climax da combattimento à la Mortal Combat. La dedica è emblematica: After Woman è un omaggio alla rivoluzionaria aymara Bartolina Sisa, eroina anticolonialista che nel 1776 condusse un esercito di 40.000 uomini contro gli occupanti spagnoli in Bolivia e finì fatta letteralmente e crudelmente a pezzi dalle forze imperialiste, che usarono il suo corpo come monito per i posteri locali.

Sospesa tra mondi dove il reale diventa hyper, più che iper (qualcuno dice anche post-globale), la musica di Rabit, della Crampton ma anche degli altri collaboratori di Demon City (vedi il citato Amobi) si è trasformata da osservatorio ambientale in qualcosa di più partecipato (e persino con un barlume di speranza, vedi la traccia finale prodotta dal citato Lexxi), includendo i concetti di pedagogia dell’oppressione e un più generale ragionamento attorno a identità / sessualità / LGBT (vedi anche Communion). Inevitabile che la forza di questi contenuti, soprattutto se già ben sintetizzati in un’estetica sonicamente mutante – per metterla con Arca – ma già abbastanza matura e riconoscibile, abbia catturato a tappeto molti dei citati beatmaker, come Lexxi fino agli outsider lato rap come Le1f e Mykki Blanco.

Tornando ancora una volta a scavare nell’undeground della South London più clubbista, è inevitabile parlare di Her Records, realtà cresciuta inizialmente su ispirazione della citata Night Slugs (una delle prime a decostruire il club sound verso qualcosa di freddo e 2D) che ancora garantisce gli affondi più compatti e diretti all’ostinato del latin-rhythm, sbiancandoli un bel po’ e infilandoci dentro fitti pattern ritmici. Sulla Her di MM (prima noto come Miss Modular) e Sudanim, i ritmi dancehall / raggaeton sono la materia prima delle decostruzioni del primo dei due co-boss e di CYPHR nel singolo Why You All In My Face (febbraio 2016), il danese Kid Antoine pastura da sempre un misto tra il primo Rabit e Fatima Al Qadiri su ritmi che Boomkat definisce – rendendo l’idea – heads-down reggaeton (vedi Bodypaint, di cui esiste anche il remix di Florentino), mentre all’heads up pensa da queste parti lo svedese/cileno Cristian Dinamarca Farìas, in arte Dinamarca, metà assieme a Ghazal Amin di Staycore, collettivo/etichetta queer con base a Stoccolma. Nell’Holiday bundle della Mixpak assieme a MM, il tocco sudamericano di Kid Antoine si chiama Final Response oppure prende la forma di una Moments In Love degli Art Of Noise rallentata a dovere (2015), mentre nella 4° compilation di Her Records, Dinamarca sforna il virale stomp Mobileboy, tra disturbi modem 56k e un funky insidioso contrappuntato da ricordi hoover sound. Chi non fa assolutamente prigionieri invece è il recente acquisto NKC, che con Hague Basement si propone di unire lo UK funky alla tribal house più antemica, con risultati spaccamandibola potenziati da timbriche e progressioni samba. Sonorità che non sono mai mancate in uno dei più influenti party dell’underground newyorchese – GHE20G0TH1K, evento che Arca ha definito il suo «luogo di nascita» – e che echeggiano anche nella label legata all’organizzazione co-fondata da Venus X, che ha recentemente debuttato con Fuck Marry Kill di LSDXOXO. Tornando sul lato dancehall, sull’etichetta dei Demdike Stare sono approdati quest’estate gli Equiknoxx con Bird Sound Power, un ottimo album raddoppiato il mese seguente da un altrettanto fresco Fact mix, che è anche la scusa per esplorare l’ennesimo satellite di una ormai fitta mappatura dai molteplici punti d’ingresso. L’ultimo che ci sentiamo di citare è il singolo di Gaika uscito agli inizi di agosto (3D), altro buon esempio di sonorità dancehall mutanti in questo caso speziate da un rappato afro (uno dei marchi di fabbrica del grime lato MC) e tocchi vintage funky nel campionamento. Il pezzo si scaglia contro la Londra di oggi e dunque contro il contesto urbano che ha subito la gentrificazione più spinta del pianeta (vedi anche lo Skepta di Shutdown, e il videoclip). Ultimissima nota riservata a una vecchia conoscenza di SA, il newyorchese di origini cilene Nicolas Jaar, che nel suo lungo progetto The Network (ben sei ore di streaming radio) ci ha calati anche delle parti di una calda e classica latinità. Forse è proprio un lavoro come questo l’ideale apertura di questo vaso di Pandora.

14 Settembre 2016
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