Recensioni

7.5

Sette lunghi anni di silenzio, tanto è passato dall’ultimo lavoro in studio dei Magik Markers, quel Surrender To Fantasy del 2017 dopo il quale Elisa Ambrogio (chitarra e voce), Pete Nolan (batteria) e John Shaw (basso) si sono presi del tempo per dedicarsi ai rispettivi progetti di vita e artistici, lasciando in sospeso la band. Poi, lo scorso luglio, i tre sono inaspettatamente tornati con l’EP Isolated From Exterior Time: 2020, un mix di budget rock, gospel stralunati e psichedelia dronica che riannodava i fili con il passato (sopratutto con lo splendido Boss), pur restituendo l’istantanea di un trio non solo in forma smagliante e più consapevole dei suoi mezzi, ma anche capace di guardare avanti. Impressione confermata dal nuovo album lungo, che si spinge oltre, regalandoci una delle prove più riuscite dei Markers.

Se dal passato, infatti, la band porta con sé la capacità di lavorare sulla produzione costruendo un vestito che si adatta perfettamente a una visione tanto obliqua, le 9 tracce di 2020 hanno anche il pregio di mettere in mostra come mai prima lo spirito che la anima da sempre, dal radicalismo ultra-noise degli esordi all’approdo alla destabilizzante forma canzone degli ultimi album. Un precipitato umorale mai tanto capace come stavolta di infiltrarsi nelle pieghe dell’attualità, dettando la sua cadenza a un tempo carico di tensioni contrastanti.

Poco importa, quindi, che si tratti del flusso intarsiato da pianoforte e abrasività psichedeliche che rimanda a dei Velvet Underground guidati idealmente da John Cale (Surf’s Up), o delle scorribande dal sapore krauto dai vaghi sentori à la Blonde Redhead della prima ora (Find You Ride), o ancora di toccanti ballate dal retrogusto nebuloso (Born Dead, Quarry (If You Dive)): tutto è pervaso da una distintiva aura minimalista e claudicante, costantemente sul punto di rottura eppure tanto forte nel carattere. Un elemento che si inarca poi nel noise pop da brivido di You Can Find Me e nelle sferzanti teorie sabbatthiane di That Dream (Shitty Beach), come anche nell’impalpabile jam ambientale di Hymn for 2020 (uno dei commenti più calzanti per un anno così strano come quello che stiamo vivendo), rendendo l’album coeso e brillante. Il tutto intensificato dalla scrittura visionaria dell’Ambrogio e nondimeno dalla sua ottima prova vocale: dolce, indolente, incerta e pungente al tempo stesso.

Se riguardo al nuovo EP, Drag City dichiarava che i Magik Markers hanno percepito che avevamo bisogno di loro e sono tornati, non possiamo che continuare a ringraziarli per esserci venuti in soccorso anche con un album tanto illuminante.

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