Recensioni

Se leggete o ascoltate la parola “Hyperdub” quali immagini e concetti affiorano nella vostra mente? Molto probabilmente Burial, Kode9, Londra, dubstep, hardcore continuum, al limite Teklife e footwork. Sacrosanto. Ma Hyperdub è stata ed è anche molto altro. È una fucina perpetua di sperimentazione, commistione ed innovazione, e – sorpresa! – da qualche anno c’è anche un po’ di Italia nel roster. Daniele Mana, conosciuto ai più col solo cognome – dopo essere stato attivo per una decina d’anni col moniker Vaghe Stelle – è il primo, e fino ad ora unico, italiano ad aver rilasciato musica sulla prestigiosissima label di Kode9, a partire dal mini album Creature (2017), passando per l’ottimo album di debutto Seven Steps Behind (2019), e arrivando oggi ad Asa Nisi Masa.
Lavoro dal titolo criptico, dietro cui si nasconde una citazione di Fellini e del suo 8 ½, registrato tra la fine del 2019 e maggio 2020, Asa Nisi Masa è la conferma del talento compositivo di Mana e soprattutto del definitivo allontanamento dalla vena più orientata al dancefloor del progetto Vaghe Stelle. Mana riprende la direzione sperimentale già intrapresa coi due precedenti lavori e la estremizza, consegnandoci un album difficile da inquadrare ed etichettare in modo adeguato, se non con l’inflazionato termine “sperimentale”.
La press release ci mette al corrente delle influenze dell’album: colonne sonore e classica contemporanea italiana anni ’70 e ’80, con incursioni nei territori di Hassell e Sakamoto. Niente bassi massicci, ritmiche afrocaraibiche o r&b 2.0. Niente paradigmi dance a cui riallacciarsi e da ammodernare. Al contrario, Mana si serve di 12 tracce spalmate su 42 minuti per costruire un suo universo sonoro, idiosincratico e disorientante. Come 8 ½ affascina nel suo essere carovana di eventi, personaggi e suggestioni oniriche, così Asa Nisi Masa è un viaggio attraverso episodi che trovano la loro coerenza nel non aderire pedissequamente ad alcuno schema predefinito. È un album cinematico, probabilmente più adatto a sonorizzare pellicole sci-fi d’annata o film avanguardistici che non a far muovere corpi in pista. Lo stesso Mana si era cimentato, pochi mesi fa, con Untaken, colonna sonora immaginaria di un film «mai girato né prodotto». È questa spinta a giocare con l’immaginazione il punto di forza principale dell’album, realizzato ricorrendo alla sintesi fm e alla voce umana – trasformata, alterata e a volte resa irriconoscibile.
Il confine tra le due non è sempre netto, e a partire da questa dialettica ambigua uomo-macchina, natura-sintesi, Mana dà vita a brani che trovano la quadra fra sperimentalismo e accessibilità, soluzioni inconsuete ed elementi familiari. Laddove Seven Steps Behind era più incentrato sulle melodie e, seppur velato da una malinconia e un’atmosfera tetra di fondo, tutto sommato di facile ascolto, Asa Nisi Masa richiede invece maggior cooperazione all’ascoltatore, disorientando e affascinando. In ogni istante viene da chiedersi quale sia l’origine di un tal suono, se talaltro non sia in realtà una voce resa ormai altro da sé, o a chi appartengano le voci dei frammenti cantati.
In modo simile a quanto fatto da Lorenzo Senni pochi mesi fa, Mana dimostra come sia possibile portare avanti un linguaggio personale senza rimanere arroccati nella propria comfort zone. E così, come il romagnolo è uscito dal confine della pointilistic trance, così il torinese instilla maggiore ariosità e sviluppo compositivo anche in brani dalla durata inferiore ai 3 minuti, pur rimanendo fedele a se stesso nei timbri e nelle atmosfere. Move the Worlds Clock, Berber Pendulum, Disordine al Disordine e Mania sono esemplari in tal senso. Oltre ai riferimenti citati nella press release, in Asa Nisi Masa troverete gli spettri di quell’elettronica aliena dei primi lavori di Arca (a partire dalla solenne apertura di Spin and Loops), una ricerca sulla voce che lambisce i terreni fra il dreamy e il sacrale di Aisha Devi – la cui label, Danse Noire, era stata inaugurata proprio con un’uscita del nostro col moniker Vaghe Stelle – e quella vocazione cameristica e neobarocca che abbiamo già potuto apprezzare nell’OPN di Age Of o nell’ultimo Vessel.
Lascia quasi straniti, pur trattandosi di Hyperdub, la scossa ritmica di Tentacle Daemon, unico episodio votato apertamente (ma niente affatto banalmente) al dancefloor all’interno di un album solido, che svela nuovi dettagli ad ogni ascolto, e che segna un traguardo importante nella carriera di Mana. L’adeguata colonna sonora per questo settembre quanto mai straniante.
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